La grande bellezza

Discontinuo. Affastellato. Un mappazzone. Momenti alti e momento bassi. Slegati. Che poi con le parole Sorrentino ci saprebbe pure fare. La seconda parte molto debole. Eccetto forse la fine.  A caldo è questo il mio giudizio su La grande bellezza.

E’ come se il regista, per raccontare la vita romana mondana del giornalista/scrittore Jep Gambardella (un supremo Toni Servillo), avesse preso ispirazione da una serie di racconti che hanno in comune la stessa ambientazione e alcuni personaggi, ma che non sono legati tra loro da una trama unica. Insomma, un insieme di affreschi. Non tutti ben riusciti. Alcuni infatti sono forzati (la storia della suora vecchissima e in odore di santità), altri campati in aria (il personaggio del possessore delle chiavi dei palazzi romani, interpretato da Giorgio Pasotti). Così come non tutti i personaggi sono costruiti in maniera credibile, sebbene, ad onor del vero, Sorrentino non sia stato mai famoso per dar vita a uomini e donne ordinarie. Il risultato finale è un film grandioso e ben fotografato ma incompiuto, molto imperfetto, con momenti di estrema lentezza, scene inutili, dialoghi talvolta artefatti.

E’ chiaro l’intento di Sorrentino: vuole rappresentare il vuoto di persone e di cose  della vita di Gambardella, la sua ricerca di un significato ad un’esistenza oramai senza una vera e propria direzione. Proprio come Roma, città senza più destino. Alla fine Gambardella troverà un rifugio nel suo passato. Perché, come gli dice la suora vecchissima, “le radici sono importanti”. Tutto questo però Sorrentino lo mette in scena in maniera oggettivamente sfilacciata. Non che manchino momenti di grandissimo cinema. Il ballo all’inizio sulla terrazza romana. Le cene serali a casa di Gambardella: memorabile è la distruzione verbale che il protagonista fa  della ipocrita prosopea radical-chic di una sua commensale. Il rapporto tra lo stesso Gambardella e la spogliarellista interpretata da un’efficace Ferilli (che fa se stessa) o tra il giornalista e l’amico sfigato (in amore e nel lavoro) Carlo Verdone (che conferma alcuni limiti attoriali). E ancora: le serate di botox. Ma, appunto, sono momenti. Istantanee.

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Una Risposta to “La grande bellezza”

  1. A caval donato | peppone Says:

    […] alcuni una vittoria strameritata, per altri un premio regalato. Io la mia sul film l’ho già scritta. Dico solo quel che pensai quando Dario Fo vinse il premio Nobel: una vittoria immeritata, ma […]

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