Vita e destino

Qualche anno fa Vita e destino è stato il caso editoriale del nostro Paese. Uscito per la prima volta in versione integrale, ha suscitato scalpore e clamore il romanzo dello scrittore sovietico Vasilij Grossman. Unanime il giudizio: uno dei massimi capolavori del ‘900.  L’avevo comprato appena pubblicato, ma la sua stazza (oltre 800 pagine) m’aveva spaventato. Solo adesso l’ho letto. E devo dire che, pur trovandolo un gran bel libro, non posso considerarlo un capolavoro.

Notevole l’impegno dello scrittore, nessuno lo mette in dubbio. Descrivere la battaglia di Stalingrado attraverso le vicende di una miriade di personaggi, tra loro collegati, sia russi sia tedeschi, non è impresa da poco.  Protagonista del racconto, certo, la battaglia ma è anche LA tela su cui l’autore dipinge la vita in Unione Sovietica, in città come in campagna, nei Gulag e nei Lager nazisti: romanzo storico, ma anche filosofico, culturale, storico, bellico. E la carne al fuoco diventa tanta, troppo: troppe le storie, troppi i fili da annodare e riannodare, e la narrazione si spezza, così il ritmo, alcuni personaggi si perdono durante il racconto. Non c’è omogeneità. Dicono che anche Guerra e Pace sia così: e all’opera di Tolstoj è stata paragonata Vita e destino. Allora temo che non mi piacerà neppure Guerra e Pace.

Non mancano momenti di grandissima letteratura nel romanzo di Grossman: la descrizione della battaglia di Stalingrado, le vicissitudini dei soldati in prima linea, l’esistenza nei campi di concentramento, i dialoghi politici, la vita nella società sovietica dove tutto viene controllato e tutto viene spiato, dove si vive nella paranoia più assoluta, nella paura più atroce, dove è facile rimanere abbandonati, dove è facile il tradimento per ideali, convenienza economica o semplice istinto di sopravvivenza. A questo proposito il caso del fisico Strum, ebreo, che dalle stelle finisce alla stalle per poi ritornare alle stelle (grazie ad una telefonata personale di Stalin: e il racconto dell’episodio è fenomenale) con meschino atto finale, è emblematico. Scene memobili e meravigliosamente scritte: Grossman con la penna ci sa fare; ed è bravo pure nel tratteggiare la psicologia dei personaggi. E tuttavia non mi basta. Sono diversi i momenti apprezzabili, ma il legame tra di essi è labile: la trama emerge confusamente. Come se lo scrittore non fosse capace di amalgamare gli ingredienti che s’è messo a disposizione.

Per queste ragioni – e qui dico una bestemmia – a Vita e destino preferisco di Grossman un’altra opera, che mi fece scoprire il compianto professore Viktor Zaslavsky. Sto parlando di Tutto scorre..., romanzo su un ex deportato nei Gulag, che, scontata la condanna, ritorna alla vita normale, scoprendo però che normale non potrà mai più essere. Storia molto più semplice, meno epica, ma più riuscita.

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