Talmud letterario

Si sa, l’ebraismo new yorkese è una delle miniere più ricche in ambito letterario e cinematografica: tanti e tali sono gli esempi passati e presenti che si rischia di dimenticarne sempre qualcuno. Oggi voglio soffermarmi brevemente su uno degli esponenti di questa corrente (definizione che, a dirla tutta, non mi garba): Chaim Potok, rabbino, docente universitario e, soprattutto, romanziere.

Sia chiaro: agli occhi di un europeo o di uno statunitense degli Stati centrali Potok è uno scrittore di nicchia. A chi infatti potrebbero interessare romanzi che raccontano (anche) la vita della comunità chassidica, questa variante molto ortodossa dell’ebraismo, caratterizzata da uno stile di vita rigido, fin nel vestiario (barbe, riccioli lunghi, vestiti neri)? A pochi eletti – e non potrebbe essere altrimenti, visto che parliamo di popolo eletto. Eppure, nonostante l’inaccessibilità della trama e degli argomenti trattati, Potok si fa leggere.

Prendiamo due romanzi: Danny l’eletto e il seguito, La scelta di Reuven. Raccontano le avventure da adolescenti e, poi, di giovani adulti di Danny, figlio di un rabbino chassid ultra ortodosso, e Reuven, il cui padre è uno studioso laico di Talmud. Due personaggi agli antipodi. E infatti all’inizio di Danny l’eletto si scontrano: in un campo da softball che vede la squadra di Reuven affrontare quella di Danny, formata da ultraortodossi come lui. Sfida che finisce male per Reuven: colpito in un occhio da una battuta di Danny, finisce in ospedale. Da quest’episodio nascerà una profonda  e duratura amicizia che supererà le differenze religiose e che influenzerà la vita di ciascuno, aiutandolo a comprendere meglio il prossimo. Contro il volere del padre, Danny rinuncerà ad ereditare la carica di rabbino e intraprenderà una carriera da psichiatra, sebbene non abbandonerà totalmente le sue tradizioni. Reuven deciderà di diventare rabbino, aperto ai nuovi insegnamenti.

Tra un profluvio di citazioni dal Talmud e di spiegazioni della sua struttura e delle diverse interpretazioni, attraverso uno stile secco e incisivo, i due romanzi seguono il percorso formativo dei due, le sfide che devono intraprendere, le preoccupazioni, i timori e le speranze per il futuro. Crescita umana e professionale per nulla facile. Danny dovrà sfidare l’autorità paterna: e se il suo rapporto con il genitore non si sfalda lo deve a Reuven, che funge da intermediario tra i due. E sarà sempre grazie a Reuven che Danny, nel secondo libro, riuscirà a risolvere un difficile caso clinico. Per diventare rabbino, Reuven dovrà combattere (verbalmente) contro un diverso modo di studiare e insegnare il Talmud: aiutato da un magnifico genitore, che mai dubiterà di lui ma che sempre gli ricorderà di avere rispetto per l’altro, anche se non ne condivide appieno le idee.  Perché , sembra dirci Potok, la fede in Dio, in nome della quale si commettono anche cose orrende, come odiare, ingannare, far del male, unisce laici e ortodossi, benpensanti e malpensanti: un sottile filo che spiega, si strapazza ma non spezza mai. Peccato che manchi nella letteratura italiana, quella più celebre, una simile attenzione e simile pudico rispetto per la religione

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