Italicum sentire

Doppio turno alla francese. O turno unico all’inglese. Un bel maggioritario e chi s’è visto, s’è visto. Come diceva Asimov, riprendendo mi pare Arthur Conan Doyle, a sua volta forse ispirato da Occam, le spiegazioni semplici sono quelle  giuste. E, aggiungerei, non solo le spiegazioni, ma anche le soluzioni semplici sono quelle giuste. E cosa c’è di più semplice, immediato e chiaro di un doppio turno alla francese o di un un turno secco made in England come sistema elettorale da adottare in Italia? Tanto più che il doppio turno è bello che sperimentato, e con successo, nel nostro Paese con le elezioni dei sindaci. Ma siccome l’Italia è il paese della complicazione, dei legulei, dei giuristi innamorati delle proprie parole, il Paese del ragionamento contorto, e più è contorto e più viene considerato sapiente, abbiamo sistemi elettorali che lasciano  desiderare. Come il Porcellum. O, in misura nettamente minore, come l’Italicum, proposto ora ora da Renzi.

Prima di giudicarlo, volevo aspettare qualche giorno per capirne gli effettivi meccanismi. Ora, la base di partenza è la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato incostituzionale diverse parti del Porcellum, suggerendo (in maniera da molti ritenuta essa stessa extra-costituzionale) cosa andava fatto e cosa no. Renzi e i suoi hanno letto la sentenza e si sono dati da fare. Hanno incontrato il capo del maggior partito di opposizione, Berlusconi, per sondarne l’atteggiamento. E hanno fatto bene: purtroppo o per fortuna, per cambiare i sistemi elettorali vanno coinvolte le altre parti, anche se si tratta del condannato Berlusconi, il quale però è il capo indiscusso, padre padrone autoritario, del PDL. Il risultato finale è un sistema proporzionale con liste plurinominali bloccate (ma ridotte rispetto al Porcellum) con diverse soglie di sbarramento (dipende se si ci si presenta da soli o in coalizione) e premio di maggioranza che scatta se si raggiunge il 35% delle preferenze e che arriva fino al 53/55%. Se nessuno raggiunge la soglia del 35%, i primi due partiti o schieramenti vanno al ballottaggio per conquistare il premio.

Questi i fatti. Ecco le valutazioni, meramente tecniche (le valutazioni politiche, come le polemiche interne al PD o le conseguenze  sul governo Letta le lascio da parte). Ebbene, c’è di meglio, ma c’è di peggio. Bene le soglie di sbarramento (e, più sono alte, più vantaggi ci sono). Bene il premio di maggioranza: e giusto che si fermi intorno al 53/55% perché governare va bene, avere il potere di stravolgere la Costituzione no, sopratuttto se si considera che, altro tassello delle riforme di Renzi (di cui discuterò in un futuro post), il Senato, teoricamente contraltare della Camera e dei suoi eventuali errori, scomparirà. Bene il ballottaggio se nessuno raggiunge la soglia: saranno sempre gli elettori a decidere chi dovrà governare. Male, ma un male minore, la soglia del 35%: un po’ troppo bassa. E non solo e non tanto per lo sproposito di seggi che verrebbero assegnati a chi la superi: dal 35% al 53/55%, un po’ tanti. Ma anche perché, se c’è una coalizione che possa varcare questa soglia, è quella di centro-destra (un centro-destra che vada da Berlusconi ai profughi montiani passando per Lega e Alfano): è già accaduto in passato e non è detto che non debba ripetersi in futuro, sebbene le condizioni attuali siano diverse con un Berlusconi oggettivamente debole (ma mai sottovalutarlo) e un Renzi oggettivamente forte (ma mai sottovalutare il cupio dissolvi della sinistra), tanto forte da pensare, forse, di arrivare da solo e  subito alla quota fatidica. Dal momento che però del doman non v’è certezza, meglio per Renzi alzare la soglia al 40%: si evita il rischio sorpresa Berlusconi, si va al ballottaggio e, in una sfida a due, il sindaco di Firenze dovrebbe avere la meglio.  Male, invece, le liste bloccate (che pare siano state richieste, fortissimamente richieste, e quindi imposte, dal leader del PDL): va bene che si tratterebbe di pochi nomi (tra i quattro ai sei),  ma sempre di voto bloccato, e quindi impedito, si tratterebbe. Non sono un fanatico delle preferenze, ma tra mettere dodici  e non metterne nessuna c’è una via di mezzo: ossia potere indicare un solo nome. Non si chiede tanto.

Adesso vediamo che farà il Parlamento italiano, famoso per complicare il complicabile.

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