No end

Se l’avessi comprato un mese fa, l’avrei nominato album jazz del 2013. Nessun dubbio. Invece l’ho comprato solo ora. Ad ogni modo, l’album di Keith Jarrett, No End, è notevole tanto da concorrere fin da ora nella mia classifica del disco 2014. Un album veramente sui generis. E non posso non condividere gran parte di quello che ha scritto Gian Mario Maletto, critico musicale del Sole 24 ore, sul Domenicale di due settimane fa – purtroppo non riesco a trovare la versione online dell’articolo. Un album veramente particolare, questo il succo della recensione di Maletto, che va ascoltato attentamente, perché se lo si trascura forse si rischia di perdere un capolavoro.

Perché un album sui generis? Presto detto. E’ stato registrato nel 1986 ed è rimasto inedito fin ad ora.  Jarrett, forse il più grande pianista degli ultimi 40 anni, non suona il piano, se non sporadicamente. E cosa suona? Di tutto o quasi: percussione, basso fender, tabla, percussioni e chitarra elettrica. Poi sovrappone e mescola il tutto. Il risultato finale sono due cd, un ventina di brani (dai due ai sette minuti), spesso legati tra loro da formare un’unica suite: non quelle ellingtoniane, semmai il Davis funky elettrico di On the corner.

Il pianista americano aveva già dato diverse prove di polistrumentismo: negli anni ’70 suonava anche il sax soprano (e con una discreta tecnica e con un bel suond); nello stesso periodo di No End, faceva uscire Spirits, dove però c’erano i fiati e si rimaneva in area world music. Qui ci troviamo in qualcosa di diverso: un Jarrett più rock, soul, funk, rythm ‘n blues. Originalissimo nelle composizioni, capace di mescolare i vari strumenti e i diversi generi, efficace nel mantenere il ritmo per tutta la durata dei due cd. Tanta e bella musica: non manca il lirismo (brano X), sono presenti malinconia e tinte spagnoleggianti (vedi il brano XIV).

Certo, Jarrett non è un chitarrista: non può permettersi assoli stratosferici alla George Benson o trovate alla Pat Metheny. Ma ha un suo timbro, che ricorda (alla lontana) quello di John Scofield. Inoltre, alcuni brani sono meno riusciti degli altri, qualche volta si fa fatica a distinguerli gli uni dagli altri. C’è una parvenza di incompletezza. Ma anche questo eventuale non finito è pur sempre di altissimo livello.

Abbiamo a che fare con un esperimento impressionate – e lo stesso Jarrett confessa nelle note di accompagnamento di non capacitarsi, riascoltandolo, del perché non abbia voluto pubblicarlo all’epoca (Maletto ipotizza che l’insuccesso di Spirits possa esserne stata la causa). Tanto più impressionante se lo si paragona, oltre alla produzione coeva del pianista, a quanto il jazz stava sfornando nella metà degli anni ’80: o musica fusion di non eccelso livello (anche quella di artisti del calibro di Davis, Hancock, Corea, McLaughlin, che non sempre realizzavano album di qualità) o post bop poco originale. Si salvavano Wynton Marsalis, il quale, già di per sé poco innovatore, si sarebbe tuffato di  lì a qualche anno nel tradizionalismo più spinto, e Pat Metheny, anche lui però rimasto impegolato nell’elettronica di quegli anni.

No End è un lavoro da cui non si può prescindere. Se fossi un trombettista o un sassofonista, utilizzerei molti dei brani presenti come eccelsa base musicale per fare della grande improvvisazione.

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