The Butler

Negli anni ’80 l’artista americano più pagato era Bill Cosby. Grazie al suo omonimo show (ribattezzato in Italia “I Robinson”) e ai tantissimi sponsor (uno su tutti la Coca-Cola), Cosby guadagnava ogni anno diverse decine di milioni di dollari. A seguirlo in questa particolare classifica, oltre ad affermati registi e celebri star cineatografiche, c’era Oprah Winfrey, sconosciutissima all’epoca in Italia. E io mi domandavo: “ma chi cazzo è ‘sta tizia che accumula un sacco di quattrini?”. Sono passati trent’anni e adesso so chi è Oprah: so che, mentre Bill Cosby è scomparso dalle classifiche dei più pagati, lei c’è sempre stata, e spessissimo pure in vetta. Insomma, una ricchissima potenza mediatica, seguita, amata e invidiata da milioni di americani. Anzi, LA potenza mediatica, capace, tra le tante cose, di aprire un canale e di rendere familiare al suo vastissimo pubblico un certo Barack Obama. A questo proposito ho letto su una rivista americana, non mi ricordo quale, che la popolarità di Oprah è talmente immensa che potrebbe far diventare, se lo volesse, i fratelli Karamazov un best seller negli Stati Uniti. Oprah  può  fare quello che cazzo vuole – letteralmente. Anche fare cinema e mettersi a recitare. Come in The Butler.

The Butler è la storia di Cecil Gaynes, maggiordomo di colore (Forest Whitaker) che finisce alla Casa Bianca a servire ben sette Presidenti: da Eisenhower a Reagan. La piccola storia di Gaynes si intreccia con la grade storia americana. Il regista, Lee Daniels, punta i riflettori ovviamente sulla lotta per i diritti civili, che non divide solo gli Stati Uniti ma anche la stessa famiglia Gaynes: il figlio maggiore, contro il volere del padre che lo vorrebbe vedere frequentare l’università, si intruppa con i diversi movimenti a favore dei neri, passando da Martin Luther King alle Pantere Nere. Il padre non accetta affatto la svolta politica e i rapporti si interrompono brutalmente. Nella famiglia Gaynes le difficoltà non mancano: la moglie (interpretata da Oprah) per molto tempo ha seri problemi con l’alcol e si sente trascurata dal marito, troppo impegnato al lavoro; il figlio più piccolo muore soldato in Vietnam. Ma il lieto fine c’è. E coinvolge anche Barack Obama.

Un film senza infamia e senza lode. E’ lungo, ma non annoia. Ma, come tutte le pellicole che devono raccontare un ampio periodo storico, avendo tanta roba da gestire, il risultato è disomogeneo: alcuni passaggi sono affrontati troppo brevemente (le presidenze Ford e Carter sono narrate solo attraverso immagini di archivio). La retorica è abbondante, specie la fine con quelle musiche tutte trombe. I dialoghi non memorabili. Il cast è eccezionale. Ci sono tanti attori di fama (Oprah può) che recitano piccole parti: da Robin Williams (Dwight Eisenhower) a Mariah Carey (la cicciona madre di Gaynes), da Jane Fonda (Nancy Reagan) a Liev Schreiber (Lyndon Johnson), da John Cusack (Richard Nixon) ad un irriconoscibilissimo Lenny Kravitz (un collega di Gaynes), da Vanessa Redgrave (la padrona del piccolo Cecil) a Terrence Howard (il vicino di casa di Cecil). Da segnalare poi la figura del protagonista, molto bella: diviso tra amore per la famiglia, etica del lavoro, orgoglio razziale (ma direi orgoglio di essere umano) che si scontra con pregiudizi e ignoranza. Bona la figura della fidanzata black panther del figlio maggiore. E Oprah? Meglio se fa la presentatrice

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