A proposito di Davis

All’inizio degli anni ’60 Bob Dylan frequentava i locali jazz di New York. Una volta decise di scambiare qualche chiacchiera con Thelonious Monk, il pianista più pazzo sulla faccia della terra, colui il quale una volta disse di Charlie Parker, l’immenso Bird, il rivoluzionario del jazz col suo be bop; Monk disse di Charlie Parker che “non era quel genio che tutti ritenevano che fosse”. Ebbene Dylan decise di fare la conoscenza di Monk. E mi immagino la scena dell’incontro tra i due: Dylan, bassetto con la chitarra,  si avvicina timido a questo gigante nero col cappello, che lo guarda con gli occhi stralunati perché seguono una loro melodia. Dylan si presenta come un musicista folk e Monk commenta: “Noi tutti suoniamo musica folk”.

Ecco: queste parole di Monk mi sono venute in mente vedendo l’ultimo film dei fratelli Coen, il noioso A proposito di Davis, storia di un musicista folk dalla carriera fallimentare nella New York degli anni ’60. Siccome tutti i musicisti fanno musica folk, ossia musica popolare (folk deriva da volk, popolo in tedesco), è teoricamente molto difficile distinguere il folk come genere a sé. Quindi non c’è nulla di eccezionale ad essere musicista folk, a meno che non ti chiami Bob Dylan. Ebbene, Llewyn Davis (un più che dignitoso Oscar Isaac)  non è quel tipo di musicista: non canta male, ma andrebbe meglio se si esibisse in coppia, peccato che il suo partner si sia suicidato buttandosi dal George Washington Bridge. E da quel momento la carriera del nostro non è stata affatto rosea. E non solo la carriera, ma anche la vita.

Scopriamo infatti che Davis è senza una fissa dimora e a corto di soldi, ha un pessimo rapporto con familiari, amici e impresari, mette facilmente nei guai le donne che frequenta, cui poi è costretto a procurare aborti (che non sempre fanno). A tutto ciò si aggiunge anche un simpatico gatto, di cui il nostro protagonista è costretto, suo malgrado, a prendersi cura. Senza grande successo. La mancanza di successo è una delle costanti della vita di Davis, anche perché il nostro musicista è incapace di impegnarsi a fondo e di prendersi delle responsabilità. Vive ai margini e in superficie, non riesce o non vuole andare a fondo delle cose. Per un certo momento sembra dare tutto se stesso nella ricerca del gatto in fuga, ma poi si stanca e lascia perdere.

Il film è lento: ha ritmi europei. La storia, con quel tono di pessimismo che la pervade, sarebbe intrigante, ma il modo in cui è sviluppata – insieme di episodi piuttosto che  un tutt’unico narrativo – lascia a desiderare. I dialoghi non sono male, qualche volta sono  divertenti. I personaggi non sono tutti costruiti in maniera adeguata. Il protagonista è ok, ma l’amica incinta e cantante folk (Carey Mulligan) è odiosa e sopra le righe come poche, come sopra le righe è il personaggio interpretato da John Goodman, musicista jazz eroinomane e zoppo (nonché vagamente somigliante al blues man Dr John). Macchiettistica la coppia di studiosi ebrei amici di Davis, macchiettistico il proprietario del locale ove si esibisce il nostro protagonista, l’italoamericano Pappi Corsicato (evidente omaggio all’omonimo regista italiano). L’interpretazione di Justin Timberlake, nel ruolo di cantate folk amico di Davis, non è pervenuta. Si salva la colonna sonora.

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