Grand Hotel Budapest

Devo dirlo: Wes Anderson non è la mia tazza di tè. I Tennenbaum li ho considerati divini – ma alla quarta visione tendono, in alcuni punti, ad annoiare. Però poi del regista americano non avevo visto nient’altro. Anche perché i trailer dei diversi film non mi avevano entusiasmato. Troppo autocompiaciuti. Lo stesso discorso valeva anche per la sua ultima fatica: Grand Hotel Budapest. Poi sono andato a vederlo. Niente male.

Viaggio nel passato in una Mittle Europa immaginaria, trama che ruota intorno ad un concierge dell’albergo Grand Budapest e del suo lobby boy. I due si trovano al centro di un’eredità contesta e di una serie di delitti. Fughe e controfughe, sotterfugi, colpi di scena, corse a non finire, tra montagne di cartapesta e saloni riccamente ammobiliati. Talvolta si esagera con trovate stucchevoli: ma è il registro di Anderson, solitamente surreale e sopra le righe. Prendere e lasciare: e io talvolta ero tentato di lasciare, complice un sonno non indifferente. Ad ogni modo, notevole cast di attori per un film dal gran ritmo, ottimi i costumi e le scenografie con tripudio di colori, bei dialoghi. E una malinconia di fondo che abbellisce, e di molto, il finale.

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