Notturno romano /13

“Per fa’ la vita meno amara, me so’ comprato ‘sta ghitara…”
Due bardasci romani in motorino cantano a squarciagola. Lui vestito di bianco: maglietta bianca, bermuda bianchi, scarpe da ginnastica bianche; lei indossa una veste frou frou, dal tipico colore delle piastrelle di alberghi sul mare, che le scopre le cosce. Entrambi sono abbronzati e ridono spensierati.
Il sole sta andando a morire su Roma. Il caldo è indecente. Per le strade si spandono gli odori, fritti e soffritti misti, dei ristoranti e si mescolano al marcio delle cocce di cocomero in via di putrefazione, residuato bellico dei cocomerari pakistani, immancabile presidio dell’estate romana.
E poi c’è lui. In Piazza Pio XI dall’alto dei cieli arriva planando sull’asfalto un grosso e grasso gabbiano. Vorrei dirgli “Dr Livingstone, I suppose?”, ma mi trattengo. Anche perché mi accorgo che sulle strisce pedonali fa bella mostra la carcassa maciullata di un piccione. Il gabbiano vede il cadavere e si avvicina. Capito l’intento del volatile, suono il clacson del motorino per allontanarlo. Il gabbiano, impettito, tronfio e dallo sguardo impunito, se ne frega di me (e della galera). Afferra col becco il piccione e vola via, pasteggiando tra le nuvole, perfetto avvoltoio sulla riva destra del Tevere.
Roma è oramai una savana.

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