Next Men

Sul finire degli anni ’80 mi trovai in pieno delirio di fumetti americani: ne compravo a bizzeffe. Tra i vari artisti avevo un mito: all’epoca un mito del fumetto significava per me che qualsiasi opera, realizzata da lui, fosse uscita in Italia, l’avrei  dovuta comprare: anche se si trattava di un personaggio che a me non fregava un cazzo o se era una storia d’appendice di una testata orrenda o che regolarmente non seguivo. Questo mito era John Byrne.

Disegnatore e sceneggiatore anglo-canadese, sul finire degli anni ’70 e i primi anni ’80 Byrne divenne uno degli autori di maggior successo. Insieme a Chris Claremont aveva rilanciato alla grande gli X-Men, realizzando opere imperiture come la Saga di Fenice o Giorni di un futuro passato. Aveva disegnato per un breve ma intenso periodo Capitan America su testi di Roger Stern. E da solo aveva preso le redini dei Fantastici Quattro, riportandoli alla fama e ai fasti del duo Lee-Kirby, cui si ispirava apertamente: back to the basics (ritorno alle origini) fu la sua filosofia creativa. X-Men, Fantastici Quattro e Capitan America erano le opere che in Italia venivano pubblicate in quegli anni, sebbene Byrne le avesse abbandonate da un pezzo, fosse passato alla DC (dove aveva riportato in auge Superman), per poi ritornare alla Marvel e occuparsi delle testate dei Vendicatori.

Trame avvincenti, con tocchi di fantascienza di primissimo livello, e disegni eleganti, ricchi di particolari, plastici e con svariati rimandi a maestri come Kirby e Neal Adams: questi alcuni degli ingredienti del successo di Byrne e che me lo fecero amare alla follia. Ad occhio nudo si percepiva quanto fosse one of another kind, cui piaceva sperimentare. Non che fosse un rivoluzionario. Tutt’altro. Anzi, rivedendolo con un occhio da adulto, posso dire come lui fosse un talentuosissimo artigiano, non un genio assoluto. Ma le sue opere si facevano leggere ed ammirare. Ancora mi ricordo quanto apprezzai il suo Namor e come aspettassi con trepidazione la sua uscita nelle edicole.

All’inizio degli anni ’90 Byrne scelse di lavorare anche per una casa editrice indipendente, la Dark Horse, e produrre un fumetto di cui fosse l’unico titolare dei diritti. Questo fumetto (e vengo al titolo del post) si chiamava Next Men, preceduto da un graphic novel dal titolo 2112, ambientata nel futuro . Di cosa si trattava? Un gruppo di uomini iper-dotati, costruiti in laboratorio, posti in animazione sospesa, la mente vagante in un mondo fantastico, dopo anni di sperimenti fallimentari (e che risalivano alla Guerra Fredda), vengono sottratti dalla loro realtà virtuale e risvegliati. L’impatto con il nostro mondo, di gran lunga meno paradisiaco di quello virtuale, è scioccante. Dalla loro, però, hanno dei super-poteri non indifferenti: forza bruta, velocità, ipervista, agilità, invulnerabilità e chi più ne ha più ne metta. I casini sono dietro l’angolo. Le autorità locali li inseguono, il governo pure. E sopra a tutto c’è Satanas, vero e proprio deus ex machina (anche se il termine deus per uno che si chiama Satanas non sia proprio azzeccato). Insomma, poteri visibili e poteri occulti, nemici venuti dal futuro o dal passato, ambiziosi editori di fumetti (e questa parte di fumetto nel fumetto è quella più debole, quasi ridicola), sesso, violenza e colpi di scena a non finire sono alcuni degli elementi che si trovano nella storia, la quale si sviluppa per oltre trenta numeri per poi interrompersi causa difficoltà mercato del fumetto. I  disegni  di Byrne raggiungono livelli di assoluta maestria con picchi pazzeschi relativamente alla cura del dettaglio: ancor più pazzeschi se si considera che una delle accuse rivolte a Byrne, e non sempre del tutto ingiustificata, fosse quella di una certa povertà della sua pagina.

Adesso questi trenta numeri sono stati ripubblicati  in un discreto bianco e nero dalla 001 Edizioni. Una lettura da fare: per (ri)scoprire un grande fumettista (ora dimenticato) e un’opera dignitosa. La 001 Edizioni dovrebbe pubblicare anche il seguito della saga che Byrne ha ripreso in questi ultimissimi anni.

 

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