Il ponte della Ghisolfa

Frocissimo e cattolico. Questo di certo io conoscevo di Giovanni Testori. Poi mi girava in testa anche il fatto che fosse un autore scabroso. Insomma, non ne sapevo molto. Poi ho preso Il ponte della Ghisolfa (uscito nel 1958), dopo aver scoperto che questa raccolta di racconti aveva ispirato Luchino Visconti nella realizzazione di Rocco e i suoi fratelli (di cui ho visto solo i primi cinque minuti e poi ho immediatamente cambiato canale).

Milano, periferia, anni ’50, agli albori del boom economico. Tutti ingredienti che mi attraggono, soprattutto in questo periodo di scoperta o riscoperta della letteratura italiana del secondo dopoguerra, specie di quella che puntava i riflettori sull’affermazione della società industriale. Protagonisti del libro di Testori sono: povericristi; giovani senza arte né parte; mezzi delinquenti, pronti a tutto pur di avanzare nella scala sociale (contrabbandare prostituirsi ricattare); genitori che puntano sui figli, andando anche contro gli interessi di questi, perché sono alla disperata ricerca di quel benessere che è stato latitante in tutta la loro grama esistenza; atleti che vogliono vincere ad ogni costo, anche compromettendo la vita dei propri compagni; ragazze deluse e illuse da maschi violenti (con le mani o con le parole), che lavorano in fabbricano ma sognano in grande. Appunto: sogni, che poi si trasformano in niente. Questo sembra il destino che accomuna la stragrande maggioranza dei personaggi del libro, travolti dal solito destino dei poveri: rimanere poveri, avvicinarsi ad essere toccati dalla grazia del miracolo economico incombente, ma non farcela. Speranze, alla fine della fiera, zero. O quasi. Perché, infatti, qualche storia a lieto fine c’è: l’amore in qualche caso trionfa, emerge da una vita fatta di menzogne, meschinerie e torti fatti e subiti.

Un meraviglioso affresco dipinge Testori: una narrazione senza pudori, spesso cruda, in cui flashback e flashforward si alternano a non finire e fronzoli retorici sono del tutto assenti. Indimenticabili i racconti Il Dio del Roserio con quella corsa ciclistica che sembra non finire mai, dove in palio non è un premio, ma la vita stessa, la propria pace esistenziale; o Il ras col dramma dell’aborto che esplode fragoroso (e chissà l’impatto di questo tema sul mondo culturale dell’Italia a fine anni ’50).

Se talvolta lo scrittore esagera nello psicologismo (pagine e pagine di riflessioni e di analisi del proprio comportamento da parte dei diversi personaggi possono annoiare, e annoiano), lo fa sempre con una lingua viva: la lingua delle sue creature, la lingua degli abitanti delle periferie milanesi, è  vivissima: illetterata, anti intellettuale, semplice e caotica al tempo stesso. Testori si immerge fino alle midolla nei suoi personaggi: vive con loro, respira con loro, parla con loro. Dà vita ad uno stile frentico, innovativo se confrontato a quello dell’epoca: mutatis mutandis, ricorda da vicino, e non solo per il mondo descritto, il Pasolini dei romanzi sui ragazzi di strada. A differenza dello scrittore friulano, però, Testori non indulge nel dialetto, in questo caso lombardo, che è del tutto assente in questi racconti.

 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: