Impressioni milanesi

Lo so, lo so: un oriundo marchigiano, per di più residente a Roma da oltre trent’anni, che si mette a parlare di Milano, in modo impressionistico e banale, è come se un nazista (dell’Illinois o dell’Abruzzo… e quest’ultima specie esiste, eccome se esiste) discettasse dei mali dell’antisemitismo hitleriano. Atto presuntuoso, illogico, contronatura. Insomma: “Che me stai a cogliona’?”


E in effetti… Ma mica è colpa mia se, appena salgo su un tram rosso fiammante e sponsorizzato da quella che sembra una famosa marca di carta igienica, mi trovo i sedili in legno, le imposte dei finestrini e delle porte in legno… tutto in legno, legn0 lustro da decenni di abusi di mani, cosce, spalle, piedi e culi. Il tuffo nel passato, nell’Italia in bianco e nero, è d’obbligo: non trovo, però, Beppe Viola intervistare Gianni “il più grande calciatore italiano senza se e senza ma” (e lo dice uno juventino doc) ” Rivera o Giorgio  Gaber cantare Porta Romana bella. Mi imbatto invece in africani eleganti che concionano nei loro Iphone di penultima generazione, anziane signore con unico compagno rimasto un barboncino dal bellissimo pelo bianco, ma che bianco non rimarrà a lungo, dal momento che la bestia si stravacca (o stracane?) pigramente sul pavimento, zio e nipote dall’accento sicilianissimo che parlano di assicurazioni d’auto da pagare il meno possibile, una peruviana con piumone da letto a due piazze appena ritirato dalla lavanderia. E poi per tutto il tram targhette di ottone che affermano: “Vietato sputare”. Ecco: il civile e pragmatico Nord che ricorda le basilari regole del vivere democratico. “Ma ce n’è bisogno?”, mi domando. “Chi mai può, nell’anno del Signore 2014, sputare sul tram in mezzo alla gente?” Il divieto è meno assurdo di quanto possa apparire, come scopro poco dopo in una stazione della metro verde, fermata Centrale, se non ricordo male. Lo sento arrivare da lontano: un gorgoglio, una risacca, ma niente mare e suo tremolare: è un cinese che, sceso dal treno di corsa e incapace di trattenersi, si gargarizza la gola, si stura il naso inspirando di tutto, si piega in direzione di un cestino (raccolta umido?), pum!, spara uno sputo colossale che fa centro e se ne va scattante sulle scale mobili, evidentemente orgoglioso dell’espettorazione compiuta.
Un spettacolo niente male, che fa coppia con quello inscenato all’aperto da un pakistano: vende ambultantemente occhiali da sole di terz’ordine e ha posizionato il suo banchetto (ah, le leggi della concorrenza!) di fronte ad un negozio di scarpe di una notissima coppia di stilisti. Totalmente incurante dei passanti, il pakistano trascorre il tempo tagliandosi le unghie: schegge impazzite volano un po’ ovunque, un miracolo se non ci sono caduti per mano di questo Renato “Il ragazzo di campagna” Pozzetto dalla pelle scura.
Sia chiaro: non sono solo i cinesi e i pakistani a comportarsi in maniera non ordinaria. Anche i giovani di Milano non scherzano, in tutto simili ai loro coetanei dell’odiata Roma (“A me Roma fa schifo! La odio!!” confessa una ragazza, dal caricaturale accento milanese, seduta sui prati di Parco Sempione): simili nel vestire, nell’insultarsi l’un l’altro, nel disfacimento. Questi e quelli allo stesso identico modo passeggiano con bottiglie di vino stappato, fermandosi a sorseggiarlo in piedi o stesi sui giardini, da cui poi a fatica si rialzeranno. Questi e quelli allo stesso identico modo vomitano in metropolitana, bianchi cadaverici in volto, per la gioia estrema degli altri passeggeri, che usciti dal cinema o dal teatro assistono gratuitamente a quest’ultima messa in scena della notte. A proposito di metro, sempre sulla linea verde, che sembra essere il ricettacolo di ogni disumanità milanese, me compreso: chi se lo scorda il ragazzo ubriaco, un jeans e una maglietta (a righe), dai capelli sottoposti a diversi tagli? Si sta scolando una bottiglia di Jaegermaster, che a malincuore condivide con gli amici, mentre allieta la serata con vaneggiamenti e bestemmie, bestemmie e vaneggiamenti. Proprio come a Roma,  una anno fa, sempre in metro, la  linea A.
“Rossi e neri, milanesi e romani, siamo tutti uguali?” Banalità, generalizzazioni, d’accordo, l’ammetto: siamo in un film d’Alberto Sordi. Ma mica è colpa mia se, alla partenza dalla stazione Garibaldi di Milano, ma può essere anche Roma Tiburtina, mi imbatto, oltre che nei topi, in coppie di diverse età immerse negli identici tradizionali baci e abbracci di addio. Sempre le stesse cose: gli umidi occhi di lei, le premurose carezze di lui. Ennesime repliche di momenti malinconici,strazianti. Uno spettacolo che si ripete da sempre. E che spero non finirà mai.

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