Pasolini

Provoco: forse Pino Pelosi non ha fatto un danno pazzesco uccidendo Pier Paolo Pasolini. Provoco: le opere cui stava lavorando Pasolini, il romanzo Petrolio e il film Porno-Teo-Kolossal, stando a quando si vede nel film di Abel Ferrara, e fatta la tara alla messa in scena che ne dà il regista italo-americano, sembrano due cagate pazzesche. Uccidendo Pasolini, Pelosi l’ha reso immortale, impedendo a PPP di incorrere in queste due catastrofi assolutamente ridicole.

Lo so: è una provocazione, un paradosso. Però come giudicare la trama assurda di Petrolio? E Porno-Teo-Kolossal? La sceneggiatura prevede due protagonisti, interpretati da Eduardo De Filippo e Ninetto Davoli: si mettono in viaggio all’apparire di una nuova stella cometa: viaggio nelle brutture del nostro mondo, tra cui una Roma ridotta a Sodoma, divisa in lesbiche e maschi gay, che una volta l’anno si accoppiano per continuare la specie umana. Orgia infinita: le femmine che gridano “cazzo cazzo vaffanculo”, i maschi “fica fica vaffanculo”. E voi ve lo immaginate De Filippo, Eduardo De Filippo, il maestro del teatro novecentesco italiano con i suoi presepi, con i suoi caffè, con i suoi “mimmì, i figli non si comprano”, con la sua meravigliosa Filomena Marturano, che assiste ad un’orgia di cazzi, fregne, culi e tette in bella mostra? Eddai!

Detto questo, come è il film di Ferrara? A parte l’originale idea di raccontare gli ultimi giorni di vita di PPP, intrecciandoli con la messa in scena dei suoi ultimi lavori; a parte Willem Dafoe, impressionante nell’interpretazione e nella somiglianza di Pasolini; a parte quegli attori che recitano nel ruolo di ragazzi di vita e che sembrano fuoriusciti direttamente dagli anni ’70; a parte il ritmo che, sorprendentemente, non è affatto lento; a parte la decisione di Ferrara di non indulgere sulle teorie (spesso cospiratorie) che ruotano intorno alla morte di PPP; a parte questo, il film è evitabilissimo. I tre piani narrativi (biografia, romanzo Petrolio, film Porno-Teo-Kolossal) non si amalgamano bene: si ha l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di meramente pretenzioso e nulla più. Il resto del cast lascia a desiderare, specie Adriana Asti nel ruolo della madre di PPP. La figura materna è fondamentale nella vita dell’artista italiano: ebbene, l’Asti ha poche battute, recitate male, gli occhi sgranati come un pesce, la pelle talmente tirata che sembra frutto di interventi artificiali che ne impedisce ogni emozione. Il risultato finale della pellicola non lascia l’amaro in bocca semplicemente perché non lascia nulla. Niente di niente.

E niente di niente anche il doppio cd jazz del pianista italiano Stefano Battaglia, intitolato Re:Pasolini. Una delusione assoluta. Uno spreco di soldi. Ennesima dimostrazione che il jazz italiano, tranne rarissime eccezioni, non può assolutamente competere non dico con i grandi, ma neppure con gli onesti mestieranti d’oltreoceano. Se al primo cd darei come voto un 6/6,5, un po’ monotono, lento lento, con assoli in gran parte trascurabili, al secondo è uno sforzo immane non dargli meno di 4 – anche perché sono memore della lezione salesiana che il 2 non va mai dato. Il secondo cd è un insieme di brani che sconfinano quasi sempre nella cacofonia, accozzaglia di suoni, inutile improvvisazione sperimentale, note che si susseguono senza una logica, un ritmo, un’armonia, una melodia, giustapposizione di nullità sonore, da film sperimentale anni ’70, pallosissimo, inutile, che può fungere da godimento masturbatorio a qualche intellettualoide di serie C. Che c’entri tutto questo con Pasolini, nonostante le ricche note di spiegazioni di Battaglia, non lo so: per quanto impegnato, per quanto colto, per quanto intellettuale, Pasolini sapeva parlare del popolo, al popolo. Battaglia parla per se stesso e a stesso. E basta.

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