Bonomia bolognese

L’Italia è una repubblica fondata sugli stereotipi.
La dimostrazione è stato un week end trascorso a Bologna, città gastronomicamente off limits per cardiopatici, musulmani e ebrei osservanti, vegetariani di tutte le salse.

Bologna la dotta, la grassa, la rossa. Ma anche la nera. Infatti, passeggiando sotto i portici in zona universitaria, noto sui muri chilometri di scarabocchi politici di sinistra e di destra: graffiti e simboli rivoluzionari versus graffiti e simboli reazionari. “- Twitto, + Diritto”, “Antifa ora e sempre” fronteggiano un “Zona ariana” o “Prodi servo degli immigrati”. Scritte ovunque. Rarissimi i palazzi intonsi. Su uno di questi una lapide ricorda che “qui soggiornò” Carducci: attualmente ospita la casa editrice il Mulino e, soprattutto, il Centro Sai Baba. Poco lontano un manifesto avvisa il ritorno a teatro dei fratelli Santonastaso.

Troppa cultura m’affatica, mi strema in questa giornata di felice cielo azzurro. Mi dirigo verso piazza Maggiore, attraversando un mercato di chincaglierie di fronte la Chiesa di Santo Stefano. Tra armadi della bisnonna, lampade liberty, megafoni, manicotti di autopompe, volanti di camion Fiat, copie della Domenica del Corriere o del Candido, fumetti Corno e dischi in vinile (intravisto un “Are you experienced” originale di Jimi Hendrix), fanno bella mostra arrugginiti elmetti nazisti, spelacchiati colbacchi sovietici, croci di ferro, croci uncinate e stelle rosse. Manca solo Yuri il piccolo cosacco che vende armamenti atomici a corto e medio raggio. Epperò, vedendo e rimirando i lineamenti di certi fanciulli e adulti bolognesi, con faccia troppo bianca, capelli troppo biondi, occhi troppo azzurri, nasi troppo affilati e visi troppo taglienti per essere cotti e formati dal sole e dall’aria della Pianura Padana, ipotizzo che la passione emiliana per il comunismo di marca moscovita non si sia limitata all’ideologia e alla paccottiglia nostalgica.

Giungo in Piazza Maggiore. Bambini si rotolano sugli scalini che portano a San Petronio, la madre si dispera provando a sollevarli, il padre divaga con lo sguardo rinunciando ad intervenire. Tre arcipreti belli grandi, in tonache svolazzanti e capelli ampi come dischi volanti, chiacchierano amabilmente: Don Camillo e i suoi fratelli. In piazza c’è la festa della mortadella. La mortadella… a Bologna… maledetti stereotipi!… La mortadella regna in tutte le forme: mortadella a fette, a cubetti, intera, solo culo, versione magnum e versione mignon; spuma di mortadella e ciauscolo di mortadella; mortadella senza pepe, mortadella con pepe, mortadella con pistacchio, mortadella senza pistacchio, mortadella pepe e pistacchio; mortadella offerta nuda e cruda o in mezzo a tigelle, piadine, panini e crescenta. La gente si ammassa, si ammucchia e, qualora l’assaggio sia gratis, si ammazza agli stand, su cui campeggiano scritte stilnovistiche: “Mortadella, chi la fa, l’affetta”, “Mortadella, la migliore amica del pane”. C’è il mastro salumiere che perora le bontà del prodotto e porta intorno al collo una medaglia con simbolo vagamente massonico. C’è l’area dei giochi, dove i bambini e gli animatori si lanciano frisbee dai colori della mortadella. E poi c’è lei. Madam Mortadella, cugina felsinea di Lady Marmalade: una piacente ragazza mora, ma nulla di eccezionale sia chiaro, “più apparenza che sostanza” (come è costretto ad ammettere un quarantenne pseudo hipster in presenza della giovane fidanzata), che indossa un particolarissimo abito da sposa, rosa a pois bianchi, oscenità stilistica che funge da memento del celebrato salume. Madonna mortadella è accerchiata: da una serie di affettatrici, lucenti perché perennemente lucidate da solerti inservienti, e da un gruppo di uomini, quintessenza dell’emiliano godurioso e gaudente: padroncini di fabbriche di vario genere, locate a Carpi, Casalecchio di Reno o a Reggio, che si fanno il mazzo durante la settimana (a loro dire) per poi divertirsi la sera o il fine settimana, sfogandosi più a tavola che a letto. Corpulenti, rossi in volto (e per il sole e per il vino), dalla camicia aperta sul collo (e per il caldo e per dare aria e libertà al doppio, triplo mento e al collo bovino), giacche blu e camicie a scacchi, braccialetti di cotone, di cuoio o di metallo intorno ai robusti polsi, occhi e faccia ridenti e per nulla fuggitivi, capelli chiari e sovente ricci, battuta sempre pronta e grossolana (“sì culatelli, non culattoni”), ammiccano di fronte all’amico fotografo amatoriale: l’immagine con la ragazza mortadella, unica concessione vagamente erotica in una giornata altrimenti morigerata (tavola esclusa), servirà a far crepare di invidia quei sodali che non sono potuti venire a Bologna.

Sotto un tendone una carnosa signora anziana, fuoriuscita da qualche magnifico sogno felliniano (e poi dici gli stereotipi…), dal capello innaturalmente biondo, Sora Lella che parla in bulgnais, insegna ad una platea attentissima come preparare deliziosi cocktail e altre amenità culinarie con la mortadella e suoi derivati. Una giovanissima mamma assiste alla spiegazione allattando la bambina, che con gli occhi e i pugni chiusi ancora non sa che ha un mondo a propria disposizione: comunque, latte e mortadella, che volere di più? Vicino a me una coppia di pensionati marchigiani, dall’accento oserei dire di Fabriano forse Cingoli, sicuramente non di Ancona o di Pesaro, commentano. “Moldo inderessande tutte ‘sde chiagghere. Ma quando ce farà mangia’ tutta ‘sta roba?”

Dopo tutto questo mangiare ci vorrebbe un whisky. Al Roxy Bar, ovviamente. Peccato sia diventato un lounge bar: e poi è chiuso, le vetrine spente, morenti. La vita non è più spericolata.

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