Capitan Harlock

“Capitan Harlock… Zan Zan… Capitan Harlock… Zan Zan”. Così faceva nella mia mente la sigla del mitico cartone animato giapponese, composta da Luigi Albertelli e Vince Tempera e cantata da La banda dei bucanieri (Fonte: Wikipedia Italia). Mitico cartone animato, vero e proprio cult tra noi quarantenni e trentenni cresciuti a pane e anime. E come non si poteva non amarlo? Pirata con  ciuffo che gli copriva un occhio, cicatrice sulla guancia, comandante di una nave spaziale dall’equipaggio strampalato. E poi cosmo, stelle, battaglie, esplosioni. C’erano tutti gli ingredienti per rendere immortale il cartone animato. E lo divenne. A dire la verità, forse perché troppo piccolo quando venne trasmesso, non è che mi ricordassi bene la trama e, sopratutto, la conclusione. Infatti, l’anno scorso quando andai a vedere il film dedicato al nostro eroe, mi accorsi quanto poco lo conoscessi, quanto poco avessi seguito il cartone animato, se è vero, come è vero, che l’unica cosa che mi tornava in mente (e pure male) era la sigla.

Ecco perché, per colmare questa lacuna, ho deciso di comprare l’omonimo manga da cui l’anime è tratto (edizione: RW – Goen Division. Sorvoliamo, per carità di patria, sulle copertine, che sembrano fotocopiate dagli originali, e sulla totale assenza di impianto redazionale). Creatore e autore del fumetto è Leiji Matsumoto: mai conosciuto prima d’ora, grazie a Wikipedia Italia ho scoperto essere stato anche il creatore di Starzinger e di Galaxy 999 e, quindi, uno dei maestri indiscussi del fumetto giapponese. Sarà. Il manga di Capitan Harlock è una delusione incredibile per diverse ragioni.

La trama: lo spunto sarebbe interessate, seppure per nulla originale (Terra destinata a morire, invasione aliena, pochi eroi disposti a tutto e contro tutti), ma viene sviluppato male. Sceneggiatura confusa: all’inizio si assiste ad un andare avanti e indietro dei protagonisti sul nostro Pianeta, mentre le spiegazioni di quanto accade  vengono sempre ritardate e mai date. Testi ripetitivi: pareva di leggere Omero (o chi per lui) che, nell’Odissea, era solito ripetere frasi, descrizioni o aggettivi. Ma, è palese a tutti, Capitan Harlock non è l’Odissea. Qualche volta si sfiora il lirismo, più di frequente la noia. Per non parlare della delusione massima: il fumetto non finisce, non ha una conclusione, molti dei misteri rimangono tali, lo scontro finale con gli alieni non avviene. Sospeso a metà. Perché? Forse l’autore, oberato dagli impegni, non poté completare l’opera. Chi lo sa! Se ci fosse stato un redazionale a spiegarlo, sarebbe stato meglio. Ma sarebbe chiedere troppo a questa edizione.

I personaggi: si salvano Harlock e il giovane Daiba. La psicologia degli altri lascia a desiderare. Macchiette: il medico ubriacone, il vicecomandante che si trastulla con i modellini, il primo ministro egoista e superficiale. Abbiate pietà.

I disegni: uno potrebbe pensare “pazienza per trama e personaggi, se i disegni sono eccezionali”. Purtroppo, a parte la nave spaziale di Harlock, la Arcadia, e i suoi interni, i disegni sono da buttare: approssimativi, troppo scarni, rozzi. Si salvano alcune scene di battaglia. I volti e le figure dei diversi protagonisti sono veramente senza spessore: eccetto Harlock. Come se l’artista avesse voluto concentrare i propri sforzi con le matite sul comandante e la sua nave, trascurando tutto il resto.

 

 

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