Whiplash

Rocky Balboa incontra il sergente Hartman di Full Metal Jacket. Il risultato è Whiplash, film del giovanissimo (30 anni) e a me ignoto Damien Chazelle.

Un giovane batterista jazz, Andrew Neiman, (interpreto dal bravo Miles Teller) si iscrive ad uno dei conservatori più prestigiosi d’America. Riesce ad entrare nella classe del professor Terence Fletcher (un diabolicissimo, cattivissimo, eccellente J.K. Simmons: meritato l’Oscar). E qui inizia il calvario di Andrew. Fletcher lo maltratta, verbalmente e fisicamente: insulti, schiaffi, lanci di oggetti – a lui più che al resto della classe. Costringe il giovane a dare il massimo e anche di più: Andrew si esercita fino allo stremo pur di arrivare a dare quello che Fletcher esige. Suda come un cavallo di fronte alla batteria, si massacra le mani battendo all’infinito con le bacchette. Rompe con la fidanzata, litiga con i parenti. Pur di non saltare un’esibizione, dopo aver conquistato il posto di primo batterista, si schianta con l’auto, finendo per picchiare l’insegnante (“era ora”, è stato il mio primo commento). Cacciato dal conservatorio, accetta di denunciare anonimamente i bestiali metodi di insegnamento di Fletcher, che avevano portato al suicidio un altro studente. Fletcher perde il lavoro e finisce a suonare in locali jazz. Lì incontra Andrew e gli propone di fare parte della band che dirige e che parteciperà ad un festival jazz di New York. Serata d’apertura alla mitica Carnegie Hall. Tra il pubblico è possibile la presenza di talent scout e musicisti jazz. Sembra la grande occasione per Andrew: anche perché, pur non avendo mai suonato con la band, deve eseguire brani già provati e riprovati ai tempi del conservatorio. E invece il luciferino, bastardissimo Fletcher lo inganna. Sul palco dice ad Andrew di aver sempre saputo che era stato lui a denunciarlo – mettendolo nella condizione psicologica peggiore (o migliore?) per suonare. E poi fa eseguire come primo brano un pezzo che Andrew ignorava totalmente e di cui non possiede lo spartito. L’esecuzione è pessima: il ragazzo ci prova a stare a tempo, di dare il tempo. Niente. Un flop. Fletcher gongola, accusando il giovane di non aver quel “qualcosa” che l’avrebbe potuto rendere un grande jazzista. Andrew lascia il palco. Ma poi ci ripensa. Si risiede. Parte alla carica, prende in mano la direzione della band e si scatena in una magnifica esibizione di Caravan, sotto lo sguardo compiaciuto di Fletcher. Finale montato alla perfezione, come tutto il film, dal ritmo forsennato, adrenalinico, in certi momenti pure ansiogeno.

Epperò Whiplash è esagerato. Che il jazz sia sofferenza, violenza, anche sangue, è cosa nota. Memorabile la lite in una notte di dicembre del 1954 tra Miles Davis e Thelonious Monk perché non riuscivano a trovare un accordo sul tempo da seguire: non arrivarono a picchiarsi, perché, come disse Davis stesso, “ma avete visto Monk, quanto è alto, quanto è grosso?”. Memorabile anche il pugno che Miles sferrò ad un rincoglionito Coltrane. E’ noto che il batterista Buddy Rich, cui si ispira Andrew, era uno leader malvagio. Non solo. Branford Marsalis ammise di aver trovato tracce di sangue sull’imboccatura del sassofono dopo esibizioni live molto intense. Tuttavia, ripeto, Whiplash è esagerato. Il martirio cui Andrew è sottoposto e si sottopone volontariamente rischia di essere eccessivo: perché farsi così male? Perché accettare così tanto dolore? Perché, soprattutto, farsi così maltrattare? Per la gloria? Sono scettico. A meno che il regista non abbia voluto denunciare (ma mi pare la mia essere una suggestione strampalata) gli effetti negativi di uno spirito di competizione, tipico del popolo americano, che sfocia nel sadismo. Anche nel mondo jazz le critiche nei confronti della pellicola non sono mancate: insegnanti così non esistono. Esigenti sì, torturatori no. E se ci fossero stati, dopo due minuti, sarebbero finiti k.o., stesi da un pugno.

E a proposito di pugni: con quel suo naso imperfetto, da pugile, Andrew è Rocky Balboa: zuppo di sangue, gonfio come una zampogna, non arretra, avanza, reagisce e vince. Vince Rocky e Vince anche Andrew. Non mollare mai: va bene come metafora/insegnamento della vita. Ma allora il jazz diventa solo un pretesto. Meglio di niente. Ma è sufficiente per mantenerlo in vita o resuscitarlo all’attenzione del grande pubblico?

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