Il colosso del jazz /3

In un’intervista di qualche anno fa Keith Jarrett se ne uscì elogiando la capacità di improvvisazione di Sonny Rollins. Jarrett non nominava, se non ricordo male, un Bill Evans, un Art Tatum, un Erroll Garner, grandissimi pianisti. Né citava Charlie Parker o Dizzy Gillespie, virtuosi rivoluzionari dei loro strumenti. L’unico jazzista di cui diceva un gran bene in quell’intervista, sottolineandone la grandezza nell’improvvisare, lui che dell’improvvisazione è un maestro assoluto ed indiscusso, era appunto il sassofonista di New York. Io, che all’epoca della lettura dell’intervista ero un ascoltatore di Rollins (seppure non assiduo), non mi capacitavo delle parole di Jarrett. Adesso, dopo aver ascoltato ripetutamente, in maniera matta e disperatissima, Rollins, non posso che concordare con quanto detto da Jarrett: Rollins è l’imperatore dell’improvvisazione. Come riesca a creare degli assoli (brani nei brani) senza mai (e dico mai) venir meno alla melodia, rimanendo nei limiti del possibile (le note quelle sono) originale (cosa questa che non si può dire di Coltrane, per altri versi immenso e immortale), lo sa solo lui e, forse, Iddio.

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