Album (jazz) dell’anno

Album jazz dell’anno, ma che dico dell’anno, degli scorsi cinque anni e dei prossimi cinque, è uno solo: The Epic di Kamasi Washington. Non ce n’è per nessuno: né per il nuovo di Charles Lloyd, Wild Man Dance, né per Terence Blanchard con l’hip hoppeggiante, ma per certi versi impalpabile, Breathless. The Epic è impressionante, maestoso. E wonder: meraviglia sì,  ma anche perché come fatica, sforzo produttivo, livello qualitativo e quantitativo ricorda da vicino il magnifico doppio album di Stevie Wonder, Songs in the key of life. Non esagero: Washington, trentenne sassofonista di Los Angeles, ha partorito un triplo album, dove si può trovare di tutto e di più, mettendo in mostra un multiforme ingegno, un talento formidabilissimo.

The epic è un pranzo ricchissimo con tantissime portate. Non disdegna le contaminazioni, tutt’altro. Omaggia il passato ma gli fa fare un passo in avanti: lo immerge nel futuro. In esso troviamo soul, funky, hip hop, ma anche jazz modale, free jazz e hard bop della scuola di Art Blakey (tra i tanti venerati maestri di Washington citati dai critici, come Coltrane Ayler etc, stranamente non figura il mitico batterista islamico). In The Epic troviamo due batterie, bassi elettrici, tastiere, chitarre, e tanti fiati; e poi orchestre e vocals.

A chi sta veramente cuore il jazz e il suo futuro non può che inchinarsi di fronte a The Epic. I brani sono pregevolissimi (mi scuso per l’eccesso di superlativi, ma l’album è… superlativo): sia quelli scritti da Kamasi, come Leroy and Lanisha oppure Re Run Home, sia le cover. Tra tutte una indimenticabile versione ragamuffin di Cherokee. E poi gli assoli: quelli di Kamasi sono magnifici e dimostrano che il nostro è un grandissimo sassofonista dal timbro particolare, oltre ad essere un sopraffino compositore.

Ho avuto anche la fortuna di vedere Washington all’opera dal vivo. Chapeau: dal vivo è ancora ancora meglio come sassofonista. Due dubbi: non tutti i musicisti che l’accompagnano sono al suo livello. E poi il timore che dopo questo pantagruelico album la vena artistica si possa disseccare, l’ispirazione smarrirsi. Speriamo di no: il jazz ha bisogno di Kamasi Washington.

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