Days of Freeman

Il jazz non è morto. Il jazz è vivo e lotta insieme a noi. Il 2015 è stato un anno vitalissimo per questo genere musicale. Kamasi Washington col suo triplo cd ne è stato l’esempio più evidente. Ma ci sono anche altri casi. Come quello del giovane sassofonista James Brandon Lewis. L’ho scoperto per caso tramite consigli incrociati di Amazon e Spotify – potenza degli algoritmi informatici. Di Lewis ho comprato l’ultimo album: Days of Freeman. Bello, molto bello. E se lo dico io, bisogna crederci. Lewis si fa accompagnare dal bassista Jamaaladeen Tacuma e dal batterista Rudy Royston: questi trio, senza pianoforte, molto d’avanguardia, difficilmente mi entusiasmano. Invece, Days of Freeman lo consiglio. Forse perché Lewis come musicista, compositore, improvvisatore ci sa fare. Forse perché i brani non sono lunghissimi e si reggono con più facilità gli assoli di sassofono e una ritmica senza piano. Forse perché Lewis fa incontrare il jazz con le sonorità rap. Un free jazz alla Ornette Coleman che si sposa con l’hip hop: matrimonio riuscito.

Tag:

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: