Epicenter

L’ho sempre detto: tra i migliori compositori jazz ci sono i bassisti. Charles Mingus, Jaco Pastorius, Dave Holland. E ci aggiungerei anche Chris Lightcap, scoperto attraverso le alchimie di Spotify e Amazon. L’album Epicenter, firmato col nome del suo complesso Chris Lightcap’s Bigmouth, è formidabile: affascinante, moderno, avanguardia alla Ornette Coleman, lirico:  un omaggio a  New York con cover di Lou Reed, artista legato come pochi alla Grande Mela. Si parte col botto. I primi due brani, Nine South e White Horse, colpiscono al volto con violenza: uno shock, grazie al lavoro sopraffino alle tastiere di Craig Taborn (che in alcuni momenti sembra un degnissimo erede di Keith Jarrett)  e alla batteria di Gerard Cleaver. Il brano che dà il titolo all’album è un tour de force “Ornette Coleman style” per i due sassofonisti, Chris Cheek e Tony Malaby. E se con Down East, il free jazz si fa rock, con Stone by stone Lightcap riesce a raggiungere inaspettati vertici di poesia: il suo basso è delicato, Taborn accarezza le tastiere, Cleaver culla l’ascoltatore e Cheek e Malaby volano col sassofono.

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