Il giovane tenente

E’ una storia inventata (o quasi).

Forse il sole stava tramontando. Forse era già sera. Non lo so con certezza. So che era ancora caldo. L’estate era finita, ma l’autunno le stava cortesemente concedendo gli ultimi respiri.  Il giovane tenente dei carabinieri stava passeggiando per una strada di campagna, appena fuori dal paese: il sentiero, in terra battuta, portava dopo un paio di chilometri ad un piccolo borgo nato intorno ad una chiesa, che veniva aperta solo in alcune speciali occasioni: la festa del santo, Pasqua, Natale e il 4 novembre – il parroco era stato cappellano militare sul Carso e ci teneva a ricordare i suoi compagni di trincea. Il tenente non voleva recarsi in chiesa. Sebbene fossero giorni di guerra e il pensiero a Dio o a chi per lui correva in molte persone, lui all’Altissimo non ci pensava, almeno in quel momento.  Voleva solo rilassarsi, fumarsi una sigaretta in santa pace – una rarità in quei giorni, in quelle parti, fumare una sigaretta decente. Passeggiava per quella campagna che aveva iniziato ad apprezzare – non sapeva perché – dopo che era scoppiata la guerra. Aveva provato a darsi una risposta, diverse risposte: la bellezza della natura contro le brutture del conflitto; la somiglianza di quelle colline con le colline di casa, che gli ricordavano l’infanzia.  Ma poi aveva smesso: troppi pensieri inutili.

La mano sinistra teneva la sigaretta, la destra sfiorava appena le foglie dei cespugli che crescevano ai lati della strada. Si godeva il cielo limpido e l’aria profumata, rammaricandosi di non riconoscere da quale piante e da quali fiori provenissero quegli odori. E poi il silenzio. Un miracolo,  il silenzio. Perché tra scoppi di bombe e spari in lontananza, aerei che volavano a bassa quota, moto e camion che sfrecciavano per quelle strade strette, non sempre asfaltate, tutte curve e che mettevano in pericolo la vita stessa dei soldati che si trovavano a bordo, oltre a quella dei contadini diretti ai campi e delle bestie portate a pascolare, non erano giornate fatte per il silenzio. Aveva bisogno di quiete, il tenente, dopo gli incasinatissimi giorni dell’8 settembre, il disordine che ne era seguito, lui rappresentante di uno Stato che si era sfaldato, i tedeschi che erano arrivati anche dalle sue parti: non a Roma o Firenze o Bologna, ma nella sperduta provincia marchigiana, i cosiddetti ribelli che avevano deciso di prendere le armi e i soldati che erano tornati a case a zappare la terra. Tante, troppo cose da affrontare: lontano dai familiari (che facevano?), poco aiutato dai comandanti (ognuno si occupava degli affari propri), circondato da sottoposti, alcuni volenterosi, altri svogliati, altri ancora per nulla intelligenti ma tutti più spauriti di lui e che in lui cercavano quelle risposte, quelle decisioni che lui stesso non sapeva dove andare a prendere. La quiete era magnifica, interrotta a tratti dal soffice rumore di qualche animale che passava tra i campi: una lepre che fuggiva, una volpe che cacciava.

Aveva finito la sigaretta e se ne era accesa un’altra. S’era sbottonato il colletto della camicia. Decise di arrivare al borgo. Voglia di tornare in caserma e mangiare non ne aveva.  Mancava un ultimo tratto in salita e poi sarebbe giunto alla minuscola piazza con la chiesa e le quattro case. Allacciandosi le scarpe, notò che s’era impolverate: “almeno so cosa fare dopo mangiato, una bella lucidata, leggere proprio non mi va  questa sera”, pensò. Arrivò al centro della piazza: si guardò intorno. Tutto sembrava abbandonato. Le finestre delle case erano chiuse.

“Tenente… Tenente”, una voce lo chiamava. “Tenente!”. Ancora quella voce.
“Chi è?” domandò, avvicinando la mano alla fondina.
“Un amico”.
“Nome?”, aveva aperto la fondina  la mano sul calcio della pistola.
“Un amico”.
“Se è un amico, si faccia vedere allora. Si avvicini, mani alzate, però”.
La persona prese ad avvicinarsi, aveva le mani alzate. Le mani tenevano un mitra. Capì che era uno di questi ribelli
“Tenente, come vede, sono un amico. Altrimenti le avrei già sparato. Sono venuto in pace”. Al collo il ribelle indossava un fazzoletto rosso
“Immagino… Con quel mitra”.
“Beh, certo, in questo periodo, parlare di pace… pare esagerato anche a me… Ho iniziato a seguirla quando ha preso la strada per questo borgo. Volevo parlarle”.
“Eccomi qui. Che vuole?”
“Lei forse non mi conosce di persona”.
“Mi pare infatti di non conoscerla”.
“Ma forse conosce il mio cognome. Mi chiamano Maggioni. Sono il comandante Maggioni”.
“Il comandante Maggioni? Addirittura. Che onore. Il capo dei ribelli o dei partigiani…. come vi fate chiamare?”.
“Noi ci definiamo patrioti. Ma vabbé… non parliamo di queste cose… Non le ruberò troppo tempo. Le volevo fare una domanda”.
“Un carabiniere che non interroga, ma viene interrogato. Mi dica”.
“Lei con chi sta, tenente, con l’Italia o la Germania?”.

Il tenente avrebbe aiutato i partigiani e poi si sarebbe unito all’esercito italiano che risaliva la penisola accompagnando le forze alleate. La cosa meravigliosa, dolorosa meraviglia, è un’altra: dove non arrivarono i tedeschi, giunsero gli italiani. Circa quarant’anni dopo, in una sera di settembre, quel carabiniere venne ucciso da alcuni mafiosi. Infatti il giovane tenente si chiamava Carlo Alberto Dalla Chiesa

 

 

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