In fila

giugno 23, 2017

“Mortacci tua, ma perché te fermi?”
Insulto la Cinquecento rossa che mi precede. Sta rallentando per permettere a due tizi di passare. I quali però non passano, ma decidono di procedere in mezzo alla strada. Lentissimamente. Una lentezza resa ancor  più esasperante dal sole che se ne fotte di tutti noi e si adagia con il suo calore e ardore sulla di me in sella al motorino. Mentre brucio, i due tizi camminano incuranti della processione di veicoli che li segue. Non si accorgono di nulla. O fanno finta di non accorgersene. Lui cinge col braccio le spalle di lei e le parla all’orecchio. Sembrano innamorati. Sicuramente, da come camminano, anzi zigzagano, sicuramente non stanno in forma. E non per colpa del caldo.

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Notturno romano /18

giugno 19, 2017

Non so nulla di jus soli, jus culturae, jus sanguinis, non c’ho capito un minchia: anche perché quando il gioco si fa duro e prevede diritto e latino, io non gioco, scappo, memore di un drammatico esame di diritto privato, durante il quale venni ripetutamente colpito, come se fossero ceffoni di Terence Hill, da una serie di domande con frasi in latino e latinorum, non capendoci la minchia di cui sopra. Ripeto: non so nulla. So solo quello che ho visto ieri sera.

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Notturno romano/17

giugno 13, 2017

Solitario nella notte, viaggio in motorello sull’Olimpica. L’aria è rarefatta, immobile. Nessuna brezza, nessun sollievo. Qualche residuo, indistinto odore proviene dall’asfalto, dalle piante che crescono, una sull’altra, selvatiche ai bordi della strada, invadendo impunite i marciapiedi, e dal viscido e marcio fiume Tevere. Le luci dei lampioni sembrano ansimare per il caldo. Le baracche degli zingari sono al buio. Le stelle disertano in massa il cielo di Roma.

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Medioevi moderni

giugno 12, 2017

Non credete in Dio e poi abboccate alla prima stronzata antivaccinazione postata su Facebook.

Bud Spencer (1929-2016)

giugno 28, 2016

Uno dei primi film che mio padre mi portò vedere a Frascati, dove c’eravamo trasferiti nel 1982, fu Nati con la camicia. Ancora mi ricordo le risate – e gli scomodissimi sedili in legno. Papà che mi porta a vedere un film con Bud Spencer. Come non amarlo, Carlo Pedersoli, morto ieri all’età di 86 anni.

Non era un Gassman o un Mastroianni. Neppure un Totò o un Fabrizi.  L’ammetteva lui stesso: “non sono un attore”. Perché Bud Spencer era una forza della natura. Negli anni ’70 il cinema italiano che faceva incassi, anche all’estero, era il suo in coppia con Terence Hill (che nelle interviste chiamava sempre col suo vero nome, Mario). Recentemente Tv Sorrisi e Canzoni ha pubblicato la classifica dei 50 film che hanno avuto più spettatori dagli anni ’50 in poi. Ebbene i film della coppia sono quelli più presenti.

Bud Spencer era popolarissimo.  Dappertutto. In Germania, forse, più che in Italia stessa. Nonni e nipoti, napoletani e liguri, marchigiani e lombardi: tutti l’amavano. Non potevano non amarlo. Con quei cazzotti che avrebbero steso anche Hulk, con quelle due/tre espressioni che erano tutto un programma e con una serie di battute memorabili. Una su tutte: “Tu lo reggi il whisky?”. “Beh, i primi due galloni sì, al terzo divento nostalgico e ci può scappare la lite”. I due Trinità, Due superpiedi quasi piatti, quella meraviglia da teologia della rivoluzione che si chiama Porgi l’altra Guancia, Altrimenti ci arrabbiamo, Nati con la Camicia, la saga di Piedone: meraviglie su meraviglie, che fanno dimenticare anche film e serie tv meno riusciti. Da vedere e rivedere. Fino all’infinito. 

Infine, chi mi conosce, sa il mio (dis)orientamento politico.  E’ giunto il momento di fare coming out politico. Ho votato una sola volta Forza Italia. Avvenne nel 2005, quando il partito di Berlusconi presentò Bud alle elezioni regionali del Lazio.  Feci una cazzata? Sicuramente. Espressi un voto a perdere? Ovvio. Ma come mi sarei dovuto comportare? Non l’avrei dovuto votare? Rinnegavo decenni di matte risate multiple, infiniti attimi di allegria? Perdevo l’occasione di ringraziarlo scrivendo con orgoglio il nome “Bud Spencer” sulla scheda elettorale? Preciso anche che il sistema elettorale regionale permette il voto disgiunto: è possibile votare contemporaneamente il candidato alla presidenza di una coalizione e un consigliere della coalizione avversaria. Votai dunque Bud Spencer. E votai Piero Marrazzo, centro-sinistra, come presidente della Regione (il centro-destra presentava Storace, ma Storace no, non potevo, era troppo per me).
Della preferenza accordata a Piero Marrazzo mi pentii amaramente. Del voto dato a Bud Spencer fui, sono e sarò sempre orgoglioso.

Black Lightning

giugno 21, 2016

Sul finire degli anni ’70 la DC Comics lanciò una testata interamente dedicata ad un supereroe di colore, Black Lightning. Non che latitassero gli afro-americani nei suoi fumetti: basti pensare a John Stewart, la terza Lanterna Verde terrestre. Rispetto alla Marvel, però, la DC segnava il passo: oltre a presentare un numero maggiore di personaggi neri, ad alcuni di loro la Casa delle Idee aveva dedicato una testata, come nel caso di Pantera Nera o di Luke Cage/Power Man.

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Man-Thing

maggio 28, 2016

L’uomo marana. Si può fare un fumetto su un essere mezzo palude mezzo uomo? Un essere che è un miscuglio di umanità (scarsissima), muschio, melma, acquitrino? Un carotone verde al posto del naso. Altre specie di carotone verdi come basette. Occhi a palla da insetto. Manoni con artigli. Tutto verde. Verde marana. Verde acqua putrida. Si può fare un fumetto su essere di tal genere? Certamente. Lo fecero la Marvel e la DC (non ho capito bene chi arrivò prima, chi copiò chi). La Marvel produsse Man-Thing, la Dc Swamp Thing. Parlerò del primo.

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Sindacando /2

maggio 28, 2016

Roberto Giachetti, candidato PD a sindaco di Roma, è imbarazzante. Al di là del programma, che per un aspetto generale non si discosta affatto da quello dei suoi avversari, ossia un maggiore interventismo pubblico su tante, troppe questioni, e già questo mi pare un impedimento a votarlo al primo turno; al di là del programma, quello che mi fa cadere il latte alle ginocchia udendo Giachetti è il suo pressapochismo verbale, è la grevità romanaccia con cui parla ed espone le proprie idee, è il suo ricercare battute ad effetto che, involontariamente, lo ridicolizzano, come quando affermò che sulle periferie avrebbe chiesto consiglio a Totti. A Totti. Sulle periferie. Come battuta fa schifo. Qualora non fosse la battuta, stiamo freschi. Tuttavia, se Giachetti perdesse, ci sarebbe un aspetto positivo. Che la faremmo finita con i radicali come possibile classe dirigente del nostro Paese: hanno già dato. Nessuna nostalgia. Avanti un altro. Ovviamente, se Giachetti andasse al secondo turno, avrebbe il mio voto. Perché gli avversari, tutti, sono nettamente peggiori.

Sindacando /1

maggio 28, 2016

Ferilli, Venditti, Mannoia: tutti voteranno Movimento 5 Stelle. Un motivo in più per votare contro. Almeno al primo turno. Al secondo turno, se spunta la Meloni, bisogna evitare che vinca. Anche turandosi il naso e votando 5 Stelle. Forse. Non so.

Marco Pannella (1930-2016)

maggio 20, 2016

Aveva combattuto battaglie politiche lodevoli (la difesa del divorzio, che in Italia, ricordiamocelo, venne introdotto non dai radicali ma da una legge firmata da un socialista e da un liberale; il tentativo di introdurre il sistema maggioritario in Italia; alcune proposte di riforme liberistiche; la difesa di Enzo Tortora e, per taluni aspetti, l’aborto, di cui non sono un fautore senza se e senza ma). S’era fatto promotore di iniziative imbarazzanti o aberranti (Cicciolina in Parlamento; il sostegno a Toni Negri, che si trasformò in indiretta complicità nella fuga all’estero; un ipergarantismo che, se applicato, sarebbe stato deleterio nella lotta contro il terrorismo).

Libertario, egocentrico e logorroico come pochi, Pannella portò indubbiamente una ventata di aria fresca nelle stantie stanze della politica partitocratica (quanto amava il termine partitocrazia) degli anni ’70. Col passare degli anni divenne la maschera di se stesso, la barzelletta di se stesso: i suoi scioperi della fame, alcuni svolti per una giusta causa, altri per motivi risibili, alla lunga stancarono. Meritava, forse, il laticlavio a vita. Ma non so quanto a lui interessasse.

Riposi in pace.

Sonny lives

maggio 18, 2016

Ho acquistato due cd live di Sonny Rollins, Without a Song e Holding the stage: Road Show Vol. 4. I due cd sono tra loro legati. In Holding the stage troviamo anche quattro brani che non entrarono nella track list del primo, registrato live il 15 settembre 2001 a Boston, a pochissimi giorni dall’11 settembre, evento vissuto da Sonny Rollins in primissima persona, poiché il suo appartamento si trovava a pochi isolati dal World Trade Center devastato dai terroristi. Oltre a questi brani, Holding the stage presenta “pezzi”  tratti da diverse esibizioni del sassofonista americano negli ultimi anni: da Disco Monk, omaggio del 1979 al geniale pianista dal sapore disco music, a Professor Paul, suonato in Francia nel 2012.

I gruppi sono diversi, Rollins rimane lo stesso: fenomenale. La capacità unica di improvvisazione, sempre sorprendente, sempre originale, c’è. Il sound, la voce, pure. La forza trascinante, idem. Il lirismo indiscusso con cui interpreta le diverse ballate, idem con patate. Quello che meraviglia è che passano gli anni, invecchiando, Rollins rimane un leone che non cessa di ruggire. Non sembra risentire degli affanni del tempo. Da segnalare, proprio perché diversi tra loro, proprio perché in essi vediamo due facce opposte del multiforme genio di Rollins, i brani Global Warming (calypso jazz) presente in Without a Song e In a sentimental mood  in Holding the stage. Anche se devo dire che l’esempio perfetto del suo immenso talento è dato dagli ultimi tre brani che compongono Holding the stage: un lunghissimo medley costituto da Sweet Leilani, seguita da un’improvvisazione a solo e Don’t stop the carnival. Ebbene, Rollins (alla veneranda età di 71 anni, tanti ne aveva al tempo del concerto) suona quasi ininterrottamente, accompagnando e improvvisando, per circa 23 minuti: c’è di tutto e di più. A rimanere senza fiato non è lui, ma noi ascoltatori di fronte a tale dimostrazione di potenza jazzistica.

 

Il giovane tenente

aprile 5, 2016

E’ una storia inventata (o quasi).

Forse il sole stava tramontando. Forse era già sera. Non lo so con certezza. So che era ancora caldo. L’estate era finita, ma l’autunno le stava cortesemente concedendo gli ultimi respiri.  Il giovane tenente dei carabinieri stava passeggiando per una strada di campagna, appena fuori dal paese: il sentiero, in terra battuta, portava dopo un paio di chilometri ad un piccolo borgo nato intorno ad una chiesa, che veniva aperta solo in alcune speciali occasioni: la festa del santo, Pasqua, Natale e il 4 novembre – il parroco era stato cappellano militare sul Carso e ci teneva a ricordare i suoi compagni di trincea. Il tenente non voleva recarsi in chiesa. Sebbene fossero giorni di guerra e il pensiero a Dio o a chi per lui correva in molte persone, lui all’Altissimo non ci pensava, almeno in quel momento.  Voleva solo rilassarsi, fumarsi una sigaretta in santa pace – una rarità in quei giorni, in quelle parti, fumare una sigaretta decente. Passeggiava per quella campagna che aveva iniziato ad apprezzare – non sapeva perché – dopo che era scoppiata la guerra. Aveva provato a darsi una risposta, diverse risposte: la bellezza della natura contro le brutture del conflitto; la somiglianza di quelle colline con le colline di casa, che gli ricordavano l’infanzia.  Ma poi aveva smesso: troppi pensieri inutili.

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Leandro “Gato” Barbieri (1932-2016)

aprile 5, 2016

L’illuminazione ascoltando Charlie Parker e John Coltrane. Sapore di Sale (cazzo! non me lo ricordavo… pure Sapore di Sale), le collaborazioni con Don Cherry, Pino Daniele, Antonello Venditti e Gianfranco Funari, gli omaggi a Carlos Santana, l’assoluta e immortale meraviglia di quei quattro capitoli musicali dove la musica folk sudamericana danza con il jazz, e sopra di tutto (anche se non è la sua opera piu’ bella) la colonna sonora di un certo film di Bertolucci con Brando, il burro e Parigi (che poi il regista italiano aveva dapprima coinvolto Astor Piazzolla, ma aveva cambiato idea e s’era rivolto a Barbieri… ma questa e’ un’altra storia).
Riposi in pace.

Il pianeta dei gabbiani

marzo 18, 2016

Via di Acquafredda, direzione Grande Raccordo Anulare (che circonda la capitaleeee…). Campi incolti, baracchini della Coldiretti, torri riadattate a case, la notte qualche mignotta nera. E tanti, tanti tanti gabbiani. Oggi una scena inquietante: decine di gabbiani accovacciati su un campetto di calcio abbandonato. Posato su una traversa, un altro gabbiano osservava superbo i suoi compagni di specie. Secondo me, stava per tenere un comizio: modello Mussolini. Io ve lo dico: se non corriamo ai ripari e ci armiamo pesantemente, i gabbiani ci conquistano. Altro che il pianeta delle scimmie: quello era fantascienza. Questo è la realtà.

Sub-Mariner & The Original Human Torch

marzo 10, 2016

Finalmente ce l’ho fatta. Dopo diversi mesi e con grandissima fatica ho completato la lettura di Sub-Mariner & The Original Human Torch. Il volume Marvel raccoglie due mini-serie, uscite alla fine degli anni ’80, dedicate a Namor (dodici numeri) e alla Torcia originale, l’androide Jim Hammond (quattro numeri). Ai testi i coniugi Thomas, Roy e Dann, alle matite Rich Buckler (coadiuvato da diversi inchiostratori): gli autori raccontano vita, morte (presunta) e miracoli di due tra i supereroi mondo Marvel più vecchi di sempre. Esordirono, infatti, alla fine degli anni ’30.

Nel complesso, si tratta di una lettura mediocre, in modo particolare la saga di Namor. Lodevole solo la conoscenza, quasi filologica, della storia del re di Atlantide: da questo punto di vista, Thomas non si smentisce mai. Il resto è una noia assoluta: pura accozzaglia di diverse storie del passato di Namor. Non c’è neanche un pretesto narrativo, come quello usato nel volume America vs Justice Society: lì almeno Thomas e la moglie usavano la scusa di un processo per ripercorrere le vicende del primo gruppo di supereroi della DC Comics. Qui, invece, Namor racconta al lettore e basta. I dialoghi sono verbosi o inutil, i singoli episodi sono raccontati spesso in due/tre pagine, manca qualsiasi tipo di pathos, il dramma sta a zero: insomma, dodici numeri di nulla, o quasi. L’unica cosa decente, forse, è il primo capitolo della saga, dove ci si dilunga sulla storia d’amore tra i genitori di Namor.
Va un po’ meglio con la storia della Torcia originale: dura solo quattro numeri, il suo passato è meno ricco di avvenimenti di quello di Namor e si evita l’effetto minestrone. C’è più verve, si sbadiglia di meno. Peccato i disegni:  Buckler non è aiutato alle chine di Danny Bulanadi, sembra aver lavorato di fretta. Quindi, dal punto di vista grafico, il risultato finale lascia molto a desiderare.

Epicenter

marzo 10, 2016

L’ho sempre detto: tra i migliori compositori jazz ci sono i bassisti. Charles Mingus, Jaco Pastorius, Dave Holland. E ci aggiungerei anche Chris Lightcap, scoperto attraverso le alchimie di Spotify e Amazon. L’album Epicenter, firmato col nome del suo complesso Chris Lightcap’s Bigmouth, è formidabile: affascinante, moderno, avanguardia alla Ornette Coleman, lirico:  un omaggio a  New York con cover di Lou Reed, artista legato come pochi alla Grande Mela. Si parte col botto. I primi due brani, Nine South e White Horse, colpiscono al volto con violenza: uno shock, grazie al lavoro sopraffino alle tastiere di Craig Taborn (che in alcuni momenti sembra un degnissimo erede di Keith Jarrett)  e alla batteria di Gerard Cleaver. Il brano che dà il titolo all’album è un tour de force “Ornette Coleman style” per i due sassofonisti, Chris Cheek e Tony Malaby. E se con Down East, il free jazz si fa rock, con Stone by stone Lightcap riesce a raggiungere inaspettati vertici di poesia: il suo basso è delicato, Taborn accarezza le tastiere, Cleaver culla l’ascoltatore e Cheek e Malaby volano col sassofono.

Days of Freeman

marzo 10, 2016

Il jazz non è morto. Il jazz è vivo e lotta insieme a noi. Il 2015 è stato un anno vitalissimo per questo genere musicale. Kamasi Washington col suo triplo cd ne è stato l’esempio più evidente. Ma ci sono anche altri casi. Come quello del giovane sassofonista James Brandon Lewis. L’ho scoperto per caso tramite consigli incrociati di Amazon e Spotify – potenza degli algoritmi informatici. Di Lewis ho comprato l’ultimo album: Days of Freeman. Bello, molto bello. E se lo dico io, bisogna crederci. Lewis si fa accompagnare dal bassista Jamaaladeen Tacuma e dal batterista Rudy Royston: questi trio, senza pianoforte, molto d’avanguardia, difficilmente mi entusiasmano. Invece, Days of Freeman lo consiglio. Forse perché Lewis come musicista, compositore, improvvisatore ci sa fare. Forse perché i brani non sono lunghissimi e si reggono con più facilità gli assoli di sassofono e una ritmica senza piano. Forse perché Lewis fa incontrare il jazz con le sonorità rap. Un free jazz alla Ornette Coleman che si sposa con l’hip hop: matrimonio riuscito.

Evolution

marzo 10, 2016

Profumo di anni ’70 si sente ascoltando Evolution, l’ultima fatica di Dr Lonnie Smith, uno dei maestri dell’organo Hammond (ma anche valente pianista) funk-soul jazz. Lonnie Smith, famoso iconograficamente anche per il turbante che indossa, torna alla Blue Note dopo circa quarant’anni e sforna un album di notevolissimo livello. Il funk regna sovrano, ma non mancano i toni hip-hop (specie Talk about this) e reminiscenze di Herbie Hancock versione Head Hunters (esempio: il brano For Heaven’s sake che ricorda Butterfly presente nell’album di Hancock, Thrust) . Circondato da valentissimi collaboratori (tra cui il chitarrista Jonathan Kreisberg) e da due guest star come Joe Lovano (lanciato da Smith anni fa) e dal talentuoso pianista Robert Glasper (che duetta con Smith nel brano di apertura Play it back), Il dottore del funk jazz è una forza della natura: grande sound, grande improvvisazione, grande ritmo. Da segnalare anche My Favorite Things: brano gioioso come pochi, Smith lo trasforma e ne dà una versione dark, con un’intro veramente cupa.

Notturno romano /16

gennaio 31, 2016

San Lorenzo, sabato sera: hic sunt beones.
Una ragazza, con accento meneghino-pugliese, ma che tradisce nell’inflessione una non breve permanenza a Roma, sospira melanconica: “Ahhhh… Come mi manca Roma, come mi manca questa città”.
Schivando chiazze di vomito, passa di fronte ad un locale ‘Sharewood, aula studio autogestita’. Incuriosita, si avvicina all’entrata, ma si accorge che del palazzo rimane solo la facciata.
Sorpassa un gruppo di ventenni, che si passano una bottiglia di Amaro Lucano. Una di loro chiede all’amica con bocca impastata e voce strascicata: “Che ce l’hai na cannaaa?”
Due giovani pomiciano avvinghiati e illuminati dalla luce dell’insegna di un alimentari bangla. Un buzzicone indossante Ciesse Piumini, smanicato e risalente all’anno del Signore 1986, con Peroni formato famiglia mezza vuota nella mano destra, li osserva e urla: “Damme la fregnaaaaa!”
La ragazza meneghino-pugliese continua a sospirare: “Quanto mi manca Roma…”

Eutanasia gastronomica

gennaio 31, 2016

Il lardo di colonnata è la forma più alta, bella, sublime di suicidio mai inventata.

Album (jazz) dell’anno

gennaio 5, 2016

Album jazz dell’anno, ma che dico dell’anno, degli scorsi cinque anni e dei prossimi cinque, è uno solo: The Epic di Kamasi Washington. Non ce n’è per nessuno: né per il nuovo di Charles Lloyd, Wild Man Dance, né per Terence Blanchard con l’hip hoppeggiante, ma per certi versi impalpabile, Breathless. The Epic è impressionante, maestoso. E wonder: meraviglia sì,  ma anche perché come fatica, sforzo produttivo, livello qualitativo e quantitativo ricorda da vicino il magnifico doppio album di Stevie Wonder, Songs in the key of life. Non esagero: Washington, trentenne sassofonista di Los Angeles, ha partorito un triplo album, dove si può trovare di tutto e di più, mettendo in mostra un multiforme ingegno, un talento formidabilissimo.

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Firestorm: The Nuclear Man

dicembre 30, 2015

Dei Simpson mi sono sempre piaciuti anche gli elementi secondari, come il fumetto Radioactive Man. Omaggio ironico (ma non più di tanto) ad una tendenza dei comics americani degli anni ’50 e ’60: il filone dei super-eroi che devono i propri poteri all’energia nucleare, all’epoca giudicata molto più positivamente di adesso. E penso a Hulk, a Solar The Atomic Man. Ulteriore nonché uno degli ultimi in ordine di tempo rappresentante di questa tendenza e di questa visione ottimistica dell’atomica è stato Firestorm, creato da Gerry Conway e Al Milgrom nella metà degli anni ’70. E non mi sono potuto esimere dal comprare il volume della DC che raccoglie il suo primo ciclo di vita letteraria (sei numeri) e le avventure pubblicate nei primissimi anni ’80 in appendice a Flash, con testi sempre di Conway e disegni di un George Perez appena sbarcato alla D(istinta) C(oncorrenza) dopo l’esperienza alla Marvel.

Uno dei grandi del fumetto americano degli anni ’70 e ’80, responsabile del successo di Spider-Man, autore di piacevolissime storie della Justice League in coppia con Perez, Conway questa volta delude.  E’ lento, è verboso. Sembra che tutta la creatività l’abbia spesa nell’ideare il personaggio e nel delinearne le  origini. Dal secondo numero le storie procedono stancamente con pochi cattivi, e pure deludenti, tra cui Hyena, che dà del filo da torcere ad un super-eroe teoricamente potentissimo (può modificare la realtà fisica a proprio piacimento) seppur alle prime armi. E che il pubblico non apprezzasse queste storie è dato dal fatto che Firestorm fu una delle testate ad essere chiuse a causa della cosiddetta “implosione DC”, avvenuta nel 1978: la casa editrice di Batman per una serie di motivi, tra cui una bufera che impedì la distribuzione dei propri prodotti, dovette cancellare diversi fumetti poco popolari. I disegni di Milgrom sono senza infamia e senza lode: lui è sempre stato un modesto ma non mediocre artigiano del disegno, ma questa volta le chine di Janson e di MacLeod ne coprono eccessivamente il tratto. Molto meglio le storie con Perez, la cui arte sembra rinvigorire lo stesso Conway, decisamente più in forma nelle storie d’appendice.

Deadshot: Beginnings

dicembre 30, 2015

Chi cazzo è Deadshot? Un cattivo della DC, nemico di Batman, rampollo fallito, che si cimenta nel crimine come provetto cecchino. Nella seconda metà degli anni ’80, in era post-Crisis, la DC decide di rilanciarlo, prima inserendolo in un gruppo di anti-eroi/super-eroi, la Suicide Squad, team composto da disadattati e ex criminali, che vengono impiegati dal governo in missioni appunto suicide, poi dedicandogli una mini-serie in quattro numeri, Deadshot: Beginnings. Ai testi John Ostrander, ai disegni Luke McDonnell, la stessa coppia creativa che curava le storie della Suicide Squad. La saga non è affatto male: la trama niente di che (alcuni criminali fanno incazzare Deadshot, rapendogli pure il figlio, lui agisce e li ammazza tutti), ma la psicologia del personaggio è intrigantissima. Ci troviamo di fronte non al classico criminale cinico che ha trovato la redenzione oppure al pazzo schizofrenico dalla duplice/triplice personalità. No: Deadshot è nichilismo allo stato puro.  Non crede più in nulla – sempre che abbia mai creduto in qualcosa. Uccide perché è l’unica cosa che sa fare. Questo il suo unico talento. Questa la sua ragion d’essere. Dalla vita non s’aspetta nulla, non vuole aspettarsi nulla. Solo una cosa sa che potrebbe dare senso alla sua esistenza. La morte: non solo quella che dà, ma anche quella che prima o poi riceverà. Da segnalare citazioni in originale dell’Orlando Furioso e Ludovico Ariosto. Concludono il volume le prime apparizioni di Deadshot come nemico di Batman: storie gradevoli, belli i disegni.

Star Wars VII

dicembre 30, 2015

Non è un capolavoro. Non è emozionantissimo. Non ha la carica rivoluzionaria della trilogia originale. Non ha le stesse trovate della seconda trilogia. Per molti aspetti è un remake, un reboot, una crasi (chiamatelo come volete) dei primi due episodi della trilogia originale: gli stessi conflitti, gli stessi topoi narrativi, quasi le stesse identiche scene. Quindi nulla di innovativo. Ma non annoia. Due ore e passa filano via, anzi volano via, che è un piacere. L’amalgama tra vecchi e nuovi personaggi è ben riuscito, tanto da attirare le nuove leve e da non dispiacere (eccessivamente) i vecchi fan. Ovviamente, gli ultra-tradizionalisti sono rimasti delusi dalla pellicola: ho letto su internet persone che hanno rivalutato l’intera seconda trilogia (per molti aspetti imbarazzante), dimenticando che anche la trilogia originale presentava dei difetti macroscopici: a questo proposito cito solamente gli Ewoks, simpatiche creature pelose, armate di pietre e archi, ma capaci di sconfiggere le truppe imperiali.

Gli effetti speciali sono ben fatti. Il regista, J.J. Abrams, l’aveva detto: non ci sarà (troppa) computer grafica, il cui abuso aveva trasformato la seconda trilogia in un grande videogioco. Ed infatti ce ne sta poca. Momenti commoventi e momenti divertenti non mancano. E’ sempre un piacere – e che piacere! – rivedere sullo schermo Harrison Ford/Han Solo, Chewbacca, R2D2 (la cui apparizione ha suscitato, sorprendentemente, applausi a scena aperta al cinema), Leia, Luke. I cattivi, come il generale Hux, e lo stesso Kylo Ren, non sono affatto male. Rey, la protagonista,  ha fascino e talento. Stesso dicasi per Finn, sebbene l’attore afro-americano, John Boyega, all’inizio del film esageri un po’ troppo nella recitazione, sia eccessivo, troppo “negro” del ghetto.

Insomma, il film si merita un 7, un 7+. Forse il voto sarebbe potuto essere più alto, se non avessi visto le decine di trailer proposti in questi mesi, i quali, se da un lato hanno rafforzato il senso tremendo di attesa, dall’altra hanno rovinato (in parte) la sorpresa. Certo, adesso i film successivi devono osare, sia in termini di sceneggiatura sia in termini di colpi di scena (che in Star Wars VII sono alquanto telefonati). Gli spunti predisposti da Abrams ci sono, eccome.

Un Marino a Roma/2

ottobre 28, 2015

Ignazio Marino non si dimette più. Non ci voglio credere, ma è possibile. Il peggio non ha mai fine.

Thor – War of pantheons

ottobre 18, 2015

Chiariamo fin da subito: venire subito dopo il ciclo meraviglioso e rivoluzionario di Walter Simonson avrebbe fatto tremare le ginocchia anche al più bravo degli artisti. Non dico superare, ma eguagliare le vette artistiche raggiunte su Thor da Simonson non vedo chi avrebbe potuto farlo. La coppia Tom DeFalco e Ron Frenz ha avuto l’ingrato (?) compito di sostituire lo scrittore/disegnatore di Knoxville. Il risultato del loro primo ciclo, raccolto nel volume Thor – War of pantheons, è dignitoso, ma non ha nulla a che vedere con quanto fatto dal predecessore.

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Un Marino a Roma

ottobre 12, 2015

Marino si dimette. Roma ci rimette. Renzi promette. Ma chi se ne fotte?!

La causa scatenante delle dimissioni, atto gravissimo, mi pare abbastanza debole: essere stato imprecisi su una serie di scontrini. La farraginosità stessa della compilazione delle note spese non ha aiutato il sindaco (sistema di compilazione che lui stesso aveva modificato). Detto questo, il casotto sulle note spese è stata l’ennesima dimostrazione dell’incapacità di Marino di gestire cose, affari, vicende. Non è la prima volta che Marino fa una cosa, ne dice un’altra e, messa in evidenza la contraddizione, tenta di difendersi, ma la sua difesa fa acqua da tutte le parti. Basti pensare al caso della Panda Rossa e delle multe che collezionava: arrivò addirittura a parlare di complotto informatico nei suo confronti, venendo prontamente smentito. Così come la questione del viaggio negli USA: non s’è mai capito se sia stato invitato o meno da qualche esponente della Chiesa cattolica. O al caso di Mafia Capitale: non conosceva Buzzi e Carminati, poi si scopre che le cooperative a loro legate le bazzicava.

E’ vero: sono tutte colpe veniali. Se avessimo chiesto ad Alemanno (o Rutelli o Veltroni) conto delle loro note spese, temo avremmo scoperto dei pozzi senza fondo di creatività contabile, al cui confronto Marino fa la figura di San Francesco.

Il problema è un altro. In questi anni, da sindaco, Marino s’è comportato in modo mediocre. Ereditava una situazione disastrosa: e farebbero bene a ricordarsene a sinistra e a destra. Ma lui in due anni e mezzo cosa ha fatto per rimediare a tale sfascio? Poco. Qualcosa ha fatto, ma poco. Ha provato a far ripartire i lavori della Metro C, a far pulizia all’Ama; ha chiuso quello scempio di Malagrotta; ha combattuto parentopoli; ha lottato per mettere ordine nell’Atac. Ma la città è ancora dissestata (strade edifici monumenti), i conti non hanno ricevuto una scossa salutare; di fronte ad emergenze climatiche la città si dimostra ancora impreparata – come ai tempi di Alemanno.

Tutto questo basta per delle dimissioni? No, non penso. Ma da qui a stracciarsi le vesti per Marino ce ne corre. Io l’ho votato al secondo turno, spaventato dall’incubo di ritrovarmi Alemanno tra i piedi per altri cinque anni. Mi sono turato il naso, intuendo che dietro al suo chiacchiericcio, spesso querulo, solo retorica, si nascondesse un quaraquaqua della politica. Purtroppo alla prova dei fatti il sindaco di Roma non m’ha smentito.

Cosa accadrà in futuro? Boh. Penso che Roma sia ingovernabile. L’unica soluzione radicale (non potendo licenziare metà e oltre dei dipendenti comunali né ridurre drasticamente le tante partecipate comunali) sia spostare la capitale in un’altra città.

 

Wolverine – Madripoor nights

ottobre 3, 2015

“Wolverine unleashed” mi pareva si intitolasse un episodio degli X-Men firmato dall’immortale duo Claremont-Byrne. Ed è un Wolverine scatenatissimo questo che si trova nel volume Marvel Madripoor Nights: bel libro che raccoglie la saga apparsa su Marvel Comics Presents e i primi 16 numeri della testata che la Marvel volle dedicare al nostro peloso amico canadese, tutta roba della fine degli anni ’80.

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America Vs Justice Society

settembre 22, 2015

Nella mia lunga cavalcata alla riscoperta del fumetto del passato – bellissimo viaggio reso possibile da Amazon (sempre sia lodato) – non potevo tralasciare la miniserie America Vs Justice Society. La consiglio a tutti coloro che vogliono avvicinarsi al primo vero gruppo di supereroi, tra cui i Superman, i Batman, gli Hawkman, le Lanterne Verde originali, quelli degli anni ’30 e ’40.  Pur essendo pubblicata nel 1985, pur essendo a tutti gli effetti l’ultima loro storia pre-Crisis, pur mostrandone la versione anziana, ne ricostruisce, in maniera sintetica, le gesta, dalla fondazione fino ai giorni loro.

E’ a tutti gli effetti un lungo flash-back. Punto di partenza (e pretesto) è il diario che Batman avrebbe scritto per accusare i suoi vecchi compagni di essersi venduti a Hitler e di aver impedito che gli Stati Uniti si dotassero di uno dispositivo di difesa tale da permettere loro di vincere la Seconda Guerra Mondiale prima di quanto poi effettivamente avvenne. Il parlamento degli Stati Uniti vuole vederci chiaro e interroga i nostri beniamini. I quattro numeri non servono altro che a narrare la storia della Justice Society sotto punti di vista diversi: quello di Batman, quello dei suoi appartenenti e quello dei suoi nemici. La stessa storia, tante versioni. Oserei dire un trattato di meta-comunicazione.

Alla trama, ben congegnata nell’idea e nello sviluppo, meno nei dialoghi, talvolta verbosissimi ma ci può stare essendo un legal thriller, viene chiamato Roy Thomas, specializzato nel ri-raccontare storie e origini dei supereroi (in quegli anni si occupava delle storie dell’All Star Squadron, che non era nient’altro che la JSA  durante la seconda guerra mondiale), coadiuvato nel compito dalla moglie Dann. Ai disegni una serie di modestissimi, ai limiti dell’imbarazzante, artisti, tra cui Rafael Kayanan e Howard Bender – i ben più bravi Jerry Ordway (copertinista della serie) e Rick Buchler disegnano in tutto tre pagine.

Thor di Walter Simonson /2

settembre 12, 2015

Avevo già segnalato l’indiscutibile qualità del Thor firmato da Walter Simonson, recensendo brevemente il primo volume omnibus della Panini. Non posso che confermare il positivo giudizio anche per il secondo volume.

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Nick Fury Vs Shield

settembre 8, 2015

Se sono un appassionato fondamentalista di fumetti, lo devo (anche) alla miniserie di sei numeri Nick Fury Vs Shield. Me ne innamorai quando uscì la prima edizione italiana sul finire degli anni ’80 ad opera della Play Press: attendevo trepidamente ogni mese l’uscita per capire come si sarebbe evoluta la storia. Me ne sono nuovamente innamorato leggendo il volume con copertina rigida della Panini.

La storia è semplice: c’è del marcio nello Shield. Nick Fury pensava di comandarlo con mano salda. Invece nulla è come appare. I cattivi (un life mode decoy che ha assunto ultraconsapevolezza di sè e del mondo) l’ha “infettato”, usando anche l’AIM e l’Hydra per mettendo i propri uomini nei posti chiave e dando vita ad un progetto di controllo del mondo tramite cloni. Elemento essenziale del progetto: il sangue di Nick Fury,  dove scorre la formula dell’infinità, che lo rende immortale o quasi e che permetterebbe ai cloni di non invecchiare. Nick Fury scopre che qualcosa non va. E non solo si trova in un battibaleno estromesso dal comando, ma finisce per essere ricercato: fuorilegge, nemico dell’umanità. Braccato, solo, senza amici: ma si tratta di Nick Fury, soldato e superspia con i controcoglioni. Lentamente, a fatica, riesce a mettere in piedi un piccolo team di agenti, viaggiando dagli Stati Uniti all’Asia. E riesce a vincere. Vittoria amara, però: lo Shield viene chiuso, molti degli amici di una vita sono morti, dopo essersi rivelati dei traditori.

Bob Harras, alla trama, è scatenato. Colpi di scena a non finire. Sconvolgimenti a go-go. Scazzottate e sparatorie come se piovessero. Ritmo forsennato per tutti i sei numeri. Tanta roba, troppa. Un bel polpettone fantascientifico per nulla indigesto. Ai disegni un validissimo Paul Neary, artista inglese dalle linee morbide. Niente di rivoluzionario, anche se l’impostazione di alcune pagine ricorda il grande Jim Steranko (copertinista di un numero). Unica nota veramente dolente: il vestito, tuta o quello che è, indossato da Nick Fury alla fine della saga, quando viene sottoposto all’operazione che avrebbe trasfuso la formula dell’infinito nel corpo del capo dei nemici. E’ una cosa inguardabile: una canottiera a rete che si trasforma in perizoma inguinale alla Borat, tutto di color nero. Una mise da trans.

Freccia Verde

settembre 7, 2015

Nella mia foga di riscoperta dei fumetti americani editi negli anni ’80, foga pari a quella che mi spinse a buttarne l’edizione italiana originale, non posso che segnalare il Freccia Verde di Mike Grell. Un sentitissimo grazie va alla RW Lion, impegnata nella ripubblicazione (spero integrale) dell’intero ciclo: per ora sono usciti tre volumi.

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Abbronzatissimi

agosto 27, 2015

Uno può andare al mare già ad aprile, può farsi le lampade tutto l’anno, ma non avrà mai l’abbronzatura delle mignotte che stazionano sull’Aurelia.

Cronache marine /8

giugno 25, 2015

Due ragazzi con rispettive fidanzate. Doppia coppia. Uno dei giovani prova ad prova ad avvinghiare l’amata dai fianchi generosi. Lei si scosta.
“Aho – le fa il fidanzato, contrariato – ‘ndo cazzo vai? Vie qua!” Allunga il braccio, la cinge, ma lei si divincola, si alza e va da un’amica.
“Aho, ma si può sapere che c’hai?! Mica c’ho la scabbia, io”.
“Non me rompere, io vado a nuotare. Ciao!”. E se ne va con l’amica.
Il disappunto è evidentissimo sul volto del ragazzo, che si rivolge ad un amico che sta leggendo il giornale e mangiando un panino. “Anvedi questa, m’ha mollato come se avessi la scabbia”
L’amico, ruminando pane e mortadella, alzo lo sguardo dal giornale, lo pulisce dalle briciole del cibo: “C’hai detto?”
“Aho, Cinzia me evita come se c’avessi la scabbia?”
“Scabbia…. Aho… stavo pensando… se dico scabbia con l’accento sulla i… viene fuori scabbìa… che fa rima con Scampia. E ci sta: scabbìa e Scampia… Tutte loro, ‘sti napoletani”.

Altra coppia.
“Amò, ma mi ami?”
“E certo! Che domande sono?”
“Non me lo dici mai abbastanza”
“Ma sì che t’amo, amò!”
“E quanto mi ami?”
“Annamo bene, annamo. Ma che c’hai!?”
“Niente, che c’ho che?! Ma quanto mi ami?”. Il tono della domanda e lo sguardo della ragazza mi spaventano: temo che, se il ragazzo non fornirà risposta adeguata, qua si prospetta temporale estivo.
“Quanto t’amo? Quanto…”. Il ragazzo non risponde immediatamente, sembra nicchiare, ci pensa su. Passano i secondi, il ragazzo s’incanta e oltre alla parola “quanto” non procede. Nubi nere avanzano minacciose sulla coppia , “oddio scoppia il cataclisma, si salvi chi può” vado pensando, e vorrei tanto intervenire in favore del ragazzo, che sembra totalmente incapace di citare un poeta o un Venditti qualsiasi, ma non lo faccio, perché tra innamorati sul punto di litigare è cosa buona e giusta farsi sempre i cazzi propri.
La fidanzata lo sprona “sì… quanto m’ami?”. Più che una domanda pare un ultimatum.
Alla fine lui trova la risposta: “Ti amo quanto… quanto Rocky, Rocky Barboa, er pugile der film, amava la moglie, Adriana. T’amo così”.
La ragazza sorride compiaciuta.

Ornette Coleman (1930-2015)

giugno 12, 2015

C’è chi parla di musica. C’è chi la suona. E c’è chi la rivoluziona. Ecco: Ornette Coleman è stato un grandissimo rivoluzionario. Nessuno può contestargli di essere stato il padre indiscusso del free jazz. The shape of jazz to come, Free Jazz, Sci-fi session sono alcuni dei dischi che devono figurare in ogni collezione jazz che si rispetti.

Che poi il free jazz piaccia o meno, che le teorie armolodiche (mai capite) di Coleman siano esteticamente accettabili, è un altro discorso. Io, ad esempio, non sono un fan sfegatato del free jazz: ad esempio, non mi sdilinquisce l’album di Coleman che dà il nome a questo sotto-genere musicale, così come non mi strappo i capelli per Ascension, opera di Coltrane. Capisco lo spirito di assoluta libertà, l’atto creativo hic et nunc, l’immenso talento di improvvisare sul momento: capisco questo e altro. Epperò, la sensazione di ascoltare musica cacofonica non me la toglie nessuno. Detto questo, va anche precisato che dei vari jazzisti free Ornette fu uno dei più bravi e dei più ascoltabili, anche perché erano evidentissime le tracce del blues nel suo modo di comporre e di suonare il sassofono. A questo proposito va anche detto che Coleman fu un valentissimo e originalissimo sax contralto: la sua voce era riconoscibilissima.

Riposi in pace.

 

The ‘Nam

giugno 1, 2015

Nel 1986 alla Marvel decisero di lanciare un fumetto sul Vietnam.  O, meglio, fu Jim Shooter, che in quegli anni era il boss amato/odiato della casa dei Fantastici 4 e sotto la cui gestione si ebbero capolavori come il Devil di Frank Miller o il Thor di Simonson, a voler lanciare un fumetto mensile dedicato ad un conflitto terminato oltre dieci anni prima, ma che tante tragedie e ferite ancora aperte e polemiche e rimpianti aveva lasciato sul corpo degli Stati Uniti. Shooter diede l’incarico a Larry Hama, supervisore di diverse testate e reduce dal Sud Est Asiatico. Hama assunse come sceneggiatore Doug Murray, anche lui militare in Vietnam, mentre per i disegni venne chiamato Michael Golden, uno degli enfant prodige del fumetto americano negli anni ’80. Il risultato fu il mensile The ‘Nam. Ora la Panini Comics ha raccolto i primi dieci episodi in un bel volume dalla copertina rigida. Non potevo non comprarlo: e perché il conflitto in Vietnam mi ha sempre intrigato e perché ricordavo con dispiacere, per non averla acquistata all’epoca, l’edizione italiana del mensile per i tipi dalla Play Press.

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Mad Max: Fury Road

maggio 30, 2015

Trent’anni dopo ritorna Mad Max. Nuovi interpreti: Tom Hardy e Charlize “La donna più bella del mondo” Theron. Stesso regista: George Miller. E stessa ambientazione: scenario post-atomico, l’acqua scarseggia e chi la controlla controlla tutto. Un film adrenalico: l’essenza dell’action movie. Max scappa, viene imprigionato, scappa ancora, aiuta un gruppo di donne in fuga, picchia, si fa picchiare, viene letteralmente dissanguato, ma non molla mai. Inseguimenti su due e quattro ruote, esplosioni, acrobazie su veicoli futuristici, un pazzo che suona una chitarra sputante pure fuoco, tronchi umani, femmine bellissime e maschi orrendi (con un non so che del Dune di David Lynch), tumori sulla pelle come se piovesse, deserti e canyon a perdita d’occhio. Questo e molto di più: vecchiette micidiali con i fucili; una rediviva Megan Gale, la storica testimonial della Vodafone, in un ruolo dignitoso di amazzone combattente, anzi valchiria come il nome del suo personaggi; nani e tatuaggi. Certo, è un film di fantascienza e molto di quello che si vede è esagerato. Tuttavia non ci si annoia. Miller dirige il film sul piede dell’acceleratore: va a mille, anche perché la trama è quella che è: un road movie, dove si va da A a B, poi si torna indietro ad A perché B fa schifo. Insomma, due ore di inseguimento, che richiamano Ombre Rosse e l’assalto della diligenza – ma gli originali sono sempre i migliori.

Non è un città di esseri umani

aprile 28, 2015

Primavalle, Roma. Butto l’immondizia. Diverse sorprese. Cassonetto adibito alla raccolta dell’umido: scomparso. Cassonetti rimasti: tutti stracolmi. E, dietro di loro, figuravano nell’ordine: pezzi di tavola di legno; televisore anni ’90, quello con tubo catodico, 50 pollici; carcassa di motorino, box per neonati.

70 anni fa

aprile 24, 2015

Settanta (e passa) anni fa…

“Per ordine del Comando supremo italiano e per volontà degli ufficiali e dei soldati, la divisione Acqui non cede le armi…” (cit. in Elena Aga Rossi, Una nazione allo sbando)

“I fascisti mandano nei campi i loro ufficiali, i quali ricordano ai prigionieri il tradimento del settembre e annunciano che il ‘Fuhrer nella sua infinita generosità e per la sua amicizia con il Duce offre la possibilità di ravvederci’. Per incoraggiare il ravvedimento si fa mangiare in abbondanza chi ha aderito, sotto gli occhi degli altri che muoiono di fame. Pochissimi accettano, la resistenza dei seicentomila, il loro oscuro sacrificio sono ‘l’altra faccia’ della Resistenza: la meno nota, non la meno importante”. (G. Bocca, Storia dell’Italia partigiana).

“Non muoio neanche se mi ammazzano” (G. Guareschi, Diario Clandestino)

“Johnny percepì un clic infinitesimale. Girò gli occhi dal tedesco al vallone. Vide spiovere la bomba a mano del sergente Modica e le sorrise”. (B. Fenoglio, Primavera di bellezza)

“Non sembrava affatto si stesse per uccidere un uomo. Era una di quelle mattine toscane così limpide che i pensieri scorgendole se ne rallegrano e desiderano imitarle”. (M. Tobino, Il Clandestino)

“Se devo concludere in qualche modo la conclusione, dirò che da questa vicenda italiana risulta in maniera evidente il limite alibistico ed esorcistico di certo antifascismo: quello di immaginare un fascismo demonio che, allora come ora, giustifica tutte le nostre debolezze e richiama su di sé tutte le rampogne e tutti i rancori di una Italia democratica che vuole avere ad ogni costo la coscienza a posto. Per la ragione elementare che spesso a posto non ce l’ha”. (G. Bocca, La Repubblica di Mussolini)

 

Fuori di testa

aprile 22, 2015

Parrucche rosa. Piedi nudi nel parco (anche se parco non è, ma via Ventura a Milano). Città in miniatura realizzate con le spugne per pulire i lavandini (tacci sua come macchia il tè). Piazze, sempre in miniatura, costruite con maccheroni, fusilli, spaghetti numero 11. Fotografie di accessori reggi carta igienica. Ragazze in jeggins celesi. Alberi di carta con fogli di carta che ruotano su se stessi: “ammazza – esclamo – aho! ma stamo in mezzo ad un autolavaggio” e il designer creatore dell’installazione mi guarda storto, incarognito anche dal lievissimo accento romano con cui accompagno il giudizio: è subito mi vergogno come il secchione dodicenne rimproverato per la prima volta nella sua vita dall’insegnante. Bici di legno. Tute anticontaminazione (maledetto Breaking Bad). Afrori vari di avariata umanità. Fuori salone. Fuori (come un) balcone. Comunque  la parola d’ordine è “Vivi Lambrate”.

Natale di Roma

aprile 21, 2015

Tu regere imperio populos, Romane, memento.
Hae tibi erunt artes, pacisque inponere morem,
Parcere subiectis et debellare superbos
Così scriveva il Mantovano. Immagino non avesse in mente il ciclista trentenne con la barba e la camicia celeste a scacchi, tono su tono con la bici – una Bianchi, I suppose. Il barbudo velocipedizzato emetteva un urlo, una sorta di “Aaaaachtung”. E io a domandarmi: “Attenti?! Attenti de che… per cosa?”. Ma non era un “attenti” quello che voleva significare l’hipster di Ostiense – anche se attenzione avrei dovuto prestare… eccome. Era, invece, una rincorsa che partiva dai polmoni, trapassava nella trachea, si imbolsiva nella gola per poi esplodere dalla bocca: un dignitoso scaracchio che si schiantava nei pressi delle mie scarpe. Il trentenne si allontanava in bici, io sacramentavo, inacidito anche dall’odore di soffritto d’aglio che si spargeva per tutta Ostiense e che penetrava nei vestiti, nella pelle. Soffritto alle 8.20 di mattina. E io già mi immaginavo lo spicchio d’aglio bruciatissimo, colore carbone, che annegava nell’olio: olio che sarebbe stato poi usato per condire una “ajo, ojo e peperoncino” e per ripassare la cicoria, la zucchina romanesca, il carciofo romanesco, il broccolo romanesco, tutto ciò che di romanesco possa fornire l’agricoltura locale, e fors’anche per ripassare geografia, matematica, italiano.
Tremila anni di storia romana: e rimangono oramai scaracchi e soffritti. E Fruitter, “Smoothie & Juice Bar” (e le braccia cadono), la cui insegna è copiata, incollata (seppur ricolorata) dal logo di Twitter: ad uno sputo (per rimanere in tema) dalla Coin (rigorosamente l’accento sulla o) di San Giovanni, tra le tante specialità Fruitter propone Zumbalo, il centrifugato (carota-arancia) che “ti aiuterà ad ottenere un’abbronzatura perfetta e in tutta sicurezza!!” Tremila anni di civiltà.
Come diceva il mantovano? Regere imperio… eh già… L’impero fondato sui cadaveri dei motorini sparpagliati per le strade e per le gallerie di Roma, stesi per terra, come se fossero stati abbattuti da cecchini invisibili. Epperò, proprio in una di queste gallerie, che sono prive di qualsiasi corsia d’emergenza (perché audentes fortuna iuvat, sempre il Mantovano) e nei cui anfratti si nascondono topi, piccioni e senza tetto, e proprio nell’ora di punta, quando il prossimo non esiste e, se esiste, deve morire, quando veramente mors tua, vita mea e homo homini lupus… insomma, proprio quando chi si ferma è perduto, un’auto è in panne, spinta da due persone. Addio. E invece… una moto supera l’automobile, rallenta, s’accosta e si ferma. Scende un tizio, casco ancora in testa, e aiuta i due a spingere il veicolo.
Allora c’è ancora una speranza. Allora c’è sempre una speranza.
Buon compleanno Roma.

Evasioni

aprile 8, 2015

Talvolta la vita è una prigione da cui è impossibile evadere.

La Turchia e noi

aprile 2, 2015

La Turchia è stata oggetto di una serie di attacchi terroristici e la stampa italiana è tutta impegnata a seguire il dibattito politico e le diatribe interne al PD e a Forza Italia.

Noah

marzo 25, 2015

Recuperato solo da poco, su Sky, il film di Aronosky su Noè. Che boiata. A causa forse dell’interpretazione di Russel Crowe, mi sono trovato di fronte ad un Noè o Noah, che dir si voglia, uguale ad un gladiatore. Eh già: un gladiatore in salsa biblica. Perché Noè è sì un coltivatore e un vegetariano convinto: convinto che tutti i mali che affliggono l’umanità post Caino e Abele derivano dal consumo di carne. E già questo vegetarianismo… Però, quando si tratta di menare le mani, Noè non si tira indietro: di fronte al sangue umano altrui non si fa prendere da scrupoli di coscienza e picchia e pugnala pesantemente. Di più: è disposto  a uccidere le nipoti solo perché sono donne, e quindi inutili all’umanità post diluvio.

Insomma, un film inutile. Gli effetti speciali non lo salvano: passi l’acquazzone divino, ma gli animali sono più falsi di una moneta da diecimila euro. La recitazione degli altri attori lascia il tempo che trova. Si salva solo la rappresentazione (originale) della creazione del mondo e dell’episodio del peccato originale.

 

 

L’eclisse

marzo 20, 2015

Tutti a parlare dell’eclisse, tutti ma proprio tutti. E io a lamentarmi: ma con tutti i cavoli di problemi che ha l’Italia, noi qui si perde tempo con l’eclisse? Poi l’ho vista: ammazza che spettacolo! Sono proprio un coglione.

Il re d’Israele

marzo 19, 2015

Netanyahu vince le elezioni in Israele. Titolo geniale, da Premio Pulitzer, anzi Nobel, del NY Post: “Bibi King”.

Gustavo Selva (1926-2015)

marzo 17, 2015

Gustavo Selva è morto. Giornalista e parlamentare di destra, negli ultimi tempi lo vedevo presenziare le conferenze stampa dei Presidenti del Consiglio: non so a che titolo. Non era più parlamentare e non scriveva più per nessun giornale. Mario Cervi, firma storica de Il Giornale, lo ricorda oggi con un editoriale – e mi spiace dirlo per la stima che provo per il decano del giornalismo italiano nonché fedele collaboratore di Montanelli – che ho trovato imbarazzante per quello che ha omesso di ricordare (le pesanti e ingiustificate critiche che Selva rivolse a Montanelli, solo perché osava criticare Berlusconi) e per quello che ha ricordato e per come l’ha ricordato.

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Il colosso del jazz /3

marzo 9, 2015

In un’intervista di qualche anno fa Keith Jarrett se ne uscì elogiando la capacità di improvvisazione di Sonny Rollins. Jarrett non nominava, se non ricordo male, un Bill Evans, un Art Tatum, un Erroll Garner, grandissimi pianisti. Né citava Charlie Parker o Dizzy Gillespie, virtuosi rivoluzionari dei loro strumenti. L’unico jazzista di cui diceva un gran bene in quell’intervista, sottolineandone la grandezza nell’improvvisare, lui che dell’improvvisazione è un maestro assoluto ed indiscusso, era appunto il sassofonista di New York. Io, che all’epoca della lettura dell’intervista ero un ascoltatore di Rollins (seppure non assiduo), non mi capacitavo delle parole di Jarrett. Adesso, dopo aver ascoltato ripetutamente, in maniera matta e disperatissima, Rollins, non posso che concordare con quanto detto da Jarrett: Rollins è l’imperatore dell’improvvisazione. Come riesca a creare degli assoli (brani nei brani) senza mai (e dico mai) venir meno alla melodia, rimanendo nei limiti del possibile (le note quelle sono) originale (cosa questa che non si può dire di Coltrane, per altri versi immenso e immortale), lo sa solo lui e, forse, Iddio.

Tv dal basso

marzo 7, 2015

Ieri e oggi, per la prima volta in vita mia, ho visto più di due minuti della trasmissione di Rete 4, Dalla vostra parte, condotta da Paolo Del Debbio. Una cosa imbarazzante. Va bene solleticare il ventre del pubblico per motivi di ascolto.Va bene affrontare con il machete tematiche quali immigrazione, ordine pubblico, crisi economica. Va bene cavalcare l’onda della indignazione, del disprezzo, dell’odio nei confronti della classe politica, accusandola di tutte le malefatte esistenti tra il genere umano. Va bene avere un occhio di riguardo per il centro-destra e un occhio malevolo per il centro-sinistra – siamo su Rete 4 e stiamo parlando di Del Debbio, esponente da sempre di Forza Italia. Va bene tutto. Anzi, va male. Ma lo si fa per l’audience, lo si fa per motivi di partigianeria politica. Posso capire tutto.

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Il mistero Marsalis

dicembre 10, 2010

Anno: 1986. Miles Davis sta suonando a Vancouver in Canada con la sua band. Poco prima di lui, sullo stesso palco, s’è esibito Wynton Marsalis, il trombettista  enfant prodige del jazz. All’epoca molti critici e fan lo consideravano (a torto) il nuovo Messia, poichè, grazie alla sua eleganza e allo stile che ricordava da vicino il jazz cosiddetto modale o free bop degli anni ’60, aveva resuscitato un genere morto e sepolto sotto tonnellate di fusion, chitarre elettriche, tastiere fender, sintetizzatori: tutta paccottiglia indigesta ai puristi che la ritenevano lontana anni luce dalla musica di un Armstrong, di un Ellington, di un Parker o di un Coltrane.

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