Meccanico di vita

ottobre 27, 2017

“Aho, ma la vedi quella, mortacci che gambe. ‘Na cavallona fatta, finita e rifinita. E come le gambe sfociano nel culo? Lo vedi?”.
Il meccanico mi dà di gomito, indicandomi una ragazza di colore, mentre portiamo l’auto all’officina per cambiare la batteria.
“La vedo”.
La ragazza è indiana o pakistana, avrà una ventina d’anni, magra, slanciata,  capelli neri lunghi oltre le spalle, jeans stretti, stivali, camicetta celeste.
“Mamma mia, che bellezza. Non solo le gambe e il sedere. Tutto. I capelli neri parono seta, la pelle liscia come marmo con quel color nutella da mangiare tutta. L’avevo notata qualche giorno fa. Me pare proprio la regina de Sabba. C’aveva visto lungo Salomone con la Regina de Sabba”.

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Blade Runner 2049

ottobre 22, 2017

E non lo so. Blade Runner 2049 non m’ha convinto. Oddio, non era facile realizzare un sequel all’altezza di quel capolavoro della fantascienza: un progetto che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque. Denis Villeneuve, sostenuto dal regista della pellicola originale, Ridley Scott, c’ha provato. Ma, purtroppo, non c’è riuscito.

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Aldo Biscardi (1930-2017)

ottobre 11, 2017

“Le polemiche fioccano come nespole”. “Sgub!”. “Non accavalletevi… parlate due o tre per volta, al massimo”. “Presidende (Mataresse n.d.r. ai tempi di Italia 90)! Accomiditi!” “In attacco volete Weah o Massaro? Votate sì o no”. Queste e altre le tante, innumerevoli, infinite perle linguistiche di Aldo Biscardi, mito dello sport (giornalistico) italiano. Creatore e conduttore del processo televisivo più longevo e famoso di sempre, ha rappresentato al meglio e al peggio il calcio in tv: con lui il bar dello sport è sbarcato e ha sbracato in tv. Populista, ruffiano, amico dei potenti, mangiafuoco della conduzione, sapeva come pochi creare casino intorno al calcio, trasformando la chiacchiera in puro spettacolo. Volgare, trash, quanto si pare. Ma stiamo sempre parlando di calcio, non della filosofia hegeliana.

Il suo processo è stato per anni il luogo di ritrovo di chi, giornalista, sportivo, intellettuale, regista, attore, politico, voleva parlare di calcio. Da Andreotti a Berlusconi, da Samperi a Brera, da Moggi a Boniperti, da Trapattoni a Falcao, da Maradona a Platini: tutti, dico tutti sono andati al Processo per polemizzare, attaccare, criticare, ingiuriare, insultare, litigare, diventare paonazzi (esempio: Maurizio Mosca), insomma divertirsi e far divertire parlando della propria squadra di calcio. Tutti a recitare quella grande commedia dell’arte, popolare e popolana, che è il calcio. Regista, sceneggiatore, produttore, factotum: lui, Aldo Biscardi.

L’ho seguito sulla Rai, su Tele+, su La 7, pure su alcune reti locali, dove era approdato dopo lo scandalo calciopoli. Spesso lo preferivo ai film che il lunedi le grandi emittenti televisive trasmettevano. Talvolta le puntate erano puro nulla: minuti e minuti di discussioni urlate, confuse su un gol-non gol, su un fuorigioco non dato, e su altre amenità, avendo come unico filo conduttore la moviola in campo. Vero e proprio mantra di Biscardi che ha avuto, con il varo della VAR, la sua incarnazione. Pur essendo il nulla assoluto, sguaiate, comiche, mai eccessivamente triviali, le puntate si facevano guardare anche per la capacità di Biscardi di sapere dove tirava il vento , di cavalcare l’onda dell’indignazione (fugace) degli sportivi e dei potenti, capace come pochi di saper appendere l’asino dove voleva il padrone, apparendo però sempre dalla parte del popolo, anzi della gente. Un genio dei tempi televisivi, un maestro dello show business. Ha avuto e ha tanti imitatori, nessuno del suo livello. Per fortuna e purtroppo.

Riposi in pace.

Vocabolario

settembre 28, 2017

Qualcuno ha già italianizzato il termine disruptive? Non una banale traduzione (es. dirompente… da accompagnare a dilacerante… cit). No, no: sto parlando di quelle magnifiche italianizzazioni che tutto il mondo ci invidia (basti pensare a delivery). Io propongo disruttivo, disruttante oppure rutto (che, secondo me, suona meglio ed è molto più efficace). Che ne dite?

X-Force: Under the gun

settembre 21, 2017

Rob Liefeld: chi era costui? Risposta facile: nei primi anni ’90 fu uno degli artisti che cambiò il mondo dei fumetti. In meglio o in peggio? Ai posteri l’ardua sentenza. Perché sull’apporto di un Moore o di un Miller difficile che ci siano discussioni, unanime o quasi essendo l’apprezzamento nei confronti di opere quali Watchmen, The return of the dark knight o Batman: year one.  Per quanto riguarda il disegnatore e scrittore californiano, le opinioni sono inveci discordi.

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Excalibur

settembre 14, 2017

Qualche settimana fa recensivo il ciclo di Iron Man scritto da Byrne. Subito dopo ho letto i primi numeri di Excalibur firmati da Chris Claremont (edizione: Marvel). Confronto impietosissimo. Claremont batte il suo ex sodale ai tempi degli X-Men: 6-0, 6-0, 6-0. Tanto il ciclo di Byrne era lento, poco movimentato,  con rare emozioni e alquanto noioso nelle storie disegnate da Paul Ryan, tanto i numeri di Claremont sono scoppiettanti, divertenti, cinetici, immaginifici, prodighi di sottotrame e di trovate. Un Claremont in formissima, che dimostra tutta le sue qualità creative, il suo vastissimo spettro narrativo. Stiamo parlando dello stesso Claremont che, contemporaneamente, era impegnato con gli X-Men in un ciclo di storie cupe, tragiche, al limite della depressione – ma unanimemente considerate dei capolavori. Ecco la bravura di Claremont: la capacità di passare, da una testata all’altra, dal registro comico a quello serissimo, risultando sempre credibile, avvincente, efficace.

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Dunkirk

settembre 12, 2017

Questo sì che è cinema. Grande cinema. Cinema meraviglioso. Dunkirk è una di quelle pellicole che giustificano ancora l’esistenza di quel luogo chiamato cinematografo. La ritirata degli inglesi a Dunkerque realizzata da Nolan è un film immenso.

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Raid

settembre 7, 2017

Sempre detto: bomba atomica contro le zanzare

Roma kaputt mundi

agosto 24, 2017

Mi sono rotto i coglioni.
Basta dare un’occhiata alle strade di Roma, centro e periferia: materassi, divani, sacchi pieni di foglie, stracci, bottiglie, cassette della frutta, giornali, bottiglie e scatolette di tonno seminati per strada. L’AMA ha le sue colpe. Non sta facendo il suo lavoro: dall’ultimo dei netturbini al primo dei dirigenti. La si paga per pulire e non pulisce. Se si occupasse della diffusione della musica dodecafonica, capirei la sua assenza dalle strade. Ma, visto che viene finanziata per mantenere il decoro urbano, mi pare inadempiente.
Pago, pretendo. Ma fino ad un certo punto. Perché se l’AMA è assente, gli abitanti di Roma sono presenti. E sporcano. Pesantemente. E sono incivili. Pesantemente. Tutti: bianchi, neri, gialli; cattolici, ebrei, musulmani; laziali, romanisti, juventini.
L’AMA non interviene. E qui non ci piove. Ma l’abitante di Roma si deve mettere una mano sulla coscienza – e io per primo. Non può nascondersi sempre dietro la frase: “vabbe, io pago l’AMA, tocca a lei pulire”. Se lo facesse, si comporterebbe come un tale che, dopo aver smadrato pure l’anima in bagno, decida dall’oggi al domani di non scaricare più il cesso, giustificandosi nel seguente modo: “Io c’ho la donna delle pulizie, ci pensa lei a lavarmi il water. Pago, pretendo”. Un tale che ragionasse nel seguente modo sarebbe ridicolo. O no?

Iron Man- Armored Wars II

agosto 22, 2017

Tony Stark/Iron Man non ha mai avuto una vita facile. Certo, è  un ricchissimo playboy, egocentrico, genio dell’ingegneria, salvatore della terra un’infinita di volte. Ma a che prezzo? Scheggia di bomba vicinissima al cuore, lotta costante con nemici temibilissimi, furibondi, assatanati, problemi gravi d’alcolismo, fallimenti aziendali. Non se l’è passata proprio bene: al confronto l’Uomo Ragno o Fantastici Quattro (Cosa esclusa) hanno vissuto nella bambagia. Tra le diverse avversità subite da Tony Stark/Iron Man vanno annoverate anche le “guerre delle armature”, durante le quali il nostro eroe ha combattuto strenuamente per non perdere il controllo della sua creazione principale e della sua personalità. E della seconda “guerra dell’armatura” voglio parlare: del ciclo ideato e sceneggiato da John Byrne, uscito nei primissimi anni ’90 e ora ripubblicato nella collana Epic Collection della Marvel.

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Jerry Lewis (1926-2017)

agosto 21, 2017

Genio. Genio. Genio. Tre volte genio. Jerry Lewis è stato un genio della comicità, un gigante dello spettacolo, un mostro di bravura, talento, innovazione. Un anarchico a 360 gradi. E, a detta di molti, un grandissimo, tostissimo figlio di puttana. I giornali di tutto il mondo lo stanno ricordando (più o meno dignitosamente): per questo non mi dilungo a ricostruirne la biografia: gli esordi, la lite e poi la pace con Dean Martin, la carriera da solista, l’impegno contro la Distrofia Muscolare, il suo essere ebreo (e sono curioso su come il mondo ebraico lo ricorderà), le sue lezioni di cinema all’università (durante le quali elogiò un giovanissimo Steven Spielberg).  Dico solo che l’ho sempre adorato, fin da piccolo, quando mi piacevano anche i film con Dean Martin: rivedendoli da grande, salvo solo Artisti e Modelle (con una bellissima e simpaticissima Shirley McLain), gli altri li trovi stupidi. E’ il Jerry canonico, quello che la massa ricorda, quello che si muove in maniera sbilenca, dalla voce stridula (doppiato da Carlo Romano), imbranatissimo (e imitatissimo in Italia, ahimè: da Adriano Celentano ad uno dei Brutos ai Enrico Montesano).

Il vero Jerry, il grande Jerry, l’immenso Jerry è quello della filmografia da solista: allo slapstick si affiancano battute, trovate, sceneggiature di assoluto livello. Vado per impressioni, per ricordi, per emozioni: Le folli notti del Dottor Jerryl, Pazzi Pupe e Pillole, Scusi, dove è il fronte?, Dove vai sono guai, Il ragazzo tuttofare, Il mattatore di Hollywood sono film che distruggono ogni convenzione, ogni regola, ogni logica strutturata. Ma dietro tanta e tale sregolatezza (prima di tutto fisica) vi è un solido ragionamento, una precisa critica della società americana, dello show business americano, dell’american way of life (nonché un sapientissimo uso del mezzo cinematografico). Banalmente, Jerry è stato il nevrotico sfigato che ha messo a nudo le contraddizioni, le ipocrisie, i difetti dell’America tutta rivolta alla perfezione – e che ha rivoluzionato il modo di fare cinema: chiedere lumi a Scorsese e Landis.

Unico grande rimpianto (per lui e per noi): la pellicola sulla Shoah, The day the clown cried, in cui Jerry interpretava un clown che accompagna ai forni crematori i piccoli ebrei. Film contestatissimo, sbagliato secondo lo stesso Jerry, che forse non vedremo mai.

Riposi in pace.

Banalità giudaiche

agosto 8, 2017

Banalità giudaiche in ordine sparso.

Suoni: il rumore incessante, inesauribile, delle migliaia di racchettoni sulle spiagge di Tel Aviv: vero sport nazionale giocato come se non ci fosse un domani e le palle (di diverso genere) sanguinano. La voce ispirata del muezzin che si espande per i vicoli di Gerusalemme Vecchia insieme alla voce, altrettanto ispirata, di Julio Iglesias che fuoriesce da un kebabbaro della suddetta città.

Botte: I poliziotti israeliani che si scontrano con gli ebrei ultra-ortodossi, spintonandoli come sapeva fare solo Sylvester Stallone, quando affrontava spavaldo i calciatori tedeschi in “Fuga per la Vittoria”.

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Notturno romano /19

luglio 25, 2017

Porco cazzo.
Sono in ritardo. Ovvio. Chi vuoi che ci sia in giro la sera, a fine luglio? Ergo, parto all’ultimo momento utile e sono costretto a scapicollarmi verso la stazione Tiburtina. Nella fretta ho lasciato il cellulare a casa: me ne accorgo troppo tardi per fare marcia indietro. Come volevasi dimostrare: infrocio in tangenziale, coda per assistere alla strage, si procede piano. Stavolta scelgo l’ingresso secondario della stazione, quello in zona Monti di Pietralata. C’è il parcheggio aperto a tutti e pure gratis, tanto devo lasciare l’auto per pochi minuti, è incustodico ma mica i vandali  avranno tempo per spaccarmi qualche vetro. Inoltre evito di perdere le ore nell’impossibile compito di trovare un posto di fronte all’entrata principale, tra una tripla fila e l’altra, in mezzo a parcheggiatori abusivi, extracomunitari in lite, rom che zingareggiano, vigili (hai visto mai?) per una volta solerti nel proprio lavoro, gente dell’est che spaccia, trans che smerciano, e poi zaffate di piscio, pezzi di vetro di bottiglia e cocce di cocomero che marciscono per terra, … insomma, essere costretto a rintanare l’auto (anche stavolta) in uno dei garage di proprietà dei Tredicine (non solo castagne e camion bar, signora mia), e per neppure dieci minuti, ecco almeno stasera no.

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L’Incal Finale

luglio 23, 2017

Non ce n’era affatto bisogno. Non ne avremmo sentito la mancanza. Sto parlando di L’Incal Finale, il seguito del capolavoro fantascientifico L’Incal. Il sequel nulla toglie e nulla aggiunge all’opera firmata da Jodorowsky e Moebius. Sia chiaro: non fa schifo, anzi si fa leggere, la trama è avvincente, i colpi di scena non mancano, è ben disegnata, invenzioni grafiche e linguistiche non mancano. Però non raggiunge i livelli dell’originale, non ha la stessa portata direi rivoluzionaria sia in termini di storia, di affresco narrativo, che in termini di disegni: non possiede quella grandiosità, quell’innovazione che fa dell’Incal “one of another kind”. E’ un piatto già gustato: buono, per carità, ma che non svolta la giornata.

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Spider-man: homecoming

luglio 17, 2017

“Oddio, che palle, un altro film sull’Uomo Ragno, abbasta, anche no, di nuovo il racconto delle origini, hanno rotto il cazzo”. Queste ed altre parole mi erano venute in mente, appena lessi la notizia di una nuova pellicola dedicata al mio eroe fumettistico della gioventù, l’Uomo Ragno. Mi devo ricredere. Spiderman: homecoming è godibilissimo.

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Le baruffe chiozzotte

luglio 12, 2017

“Un giorno Giorgio Pisanò, incontrando Vittorio Foa, gli disse: ‘Ci siamo combattuti da fronti contrapposti, ognuno con onore, possiamo darci la mano’. Foa gli rispose: ‘E’ vero abbiamo vinto noi e tu sei potuto diventare senatore, avessi vinto tu io sarei ancora in carcere’. Ecco, ci rifletta. Ci rifletta un istante”.(da un’intervista, bellissima, di Pietrangelo Buttafuoco a Norberto Bobbio).

Freccia Verde/2

luglio 11, 2017

Nel post precedente, dedicato a New Mutants, ho messo in evidenza una certa verbosità da parte di Claremont. Ecco: un autore agli antipodi è Mike Grell, il Mike Grell autore di Green Arrow, di cui RW Lion ha pubblicato tutto il ciclo composto da 80 numeri. Non posso che ripetere quanto scritto in un post di due anni fa, quando  recensii i primi tre volumi: Grell scrive in modo incisivo, secco, terso, senza fronzoli. Uno stile “noir” come “noir” sono le storie: anche se nei successivi tre volumi vediamo Arrow viaggiare per il mondo, arrivare persino in Africa, il succo non cambia. Poche chiacchiere, pochissimi scrupoli, molta azione e moltissima violenza. Qualche volta i temi e i personaggi si ripetono (il narcotraffico e l’ambientalismo, Shado e l’agente della CIA Fyers), ma non ci si annoia. Perché il personaggio di Freccia Verde firmato da Grell tutto può fare tranne che annoiare.

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The New Mutants

luglio 10, 2017

Nei primi anni ’80 gli X-Men erano il fumetto di maggiore successo negli USA. La classica gallina dalle uova d’oro: da sfruttare assolutamente. E’ quello che pensò Jim Shooter, big boss editoriale della “Casa delle Idee”. Il quale propose: “Bisogna fare una nuova testata mutante”. Chris Claremont, sceneggiatore degli X-Men, il principale artefice del loro successo, e Louise Simonson, supervisore della testata (autrice lei stessa e moglie di Walt Simonson), non erano d’accordo. Claremont, soprattutto, voleva evitare un’inflazione di testate mutanti: temeva che lo sfruttamento degli “Uomini X” ne avrebbe indebolito l’originalità e danneggiato la qualità delle storie. Si sarebbe comportato in maniera simile quando, alcuni dopo, si pose la questione di un albo dedicato a Wolverine. Di fronte alle perplessità di Claremont e di Simonson, Shooter non si scompose: “Va benissimo, capisco il vostro punto di vista. Ma una nuova testata mutante va fatta. Con voi o senza di voi”. Claremont e Simonson si piegarono: meglio gestire personalmente la nuova creatura piuttosto che vederla crescere in mani meno competenti. Così nacquero i New Mutants – la storia l’ho tratta da internet. I Nuovi Mutanti sbarcarono in Italia con una loro testata, edita dalla Play Press sul finire degli ‘anni 80. Non la comprai. Ora ho colmato la lacuna, acquistando il paperback delle loro prime storie, che viene pubblicato nella collana Marvel “Epic Collection”.

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Cronache marine/10

luglio 10, 2017

Certezze estive del litorale romano.
Vu cumpra’ africano di teli da mare avvia trattativa con coppia di romani, 180 chili in due, costumi striminziti, lui capello grigio unto, lei rame tinto, impegnati entrambi a scofanarsi un’insalata di riso da tre chili.
“Amico, telo da mare per te e signora, bello telo”.
“Amo’ – dice la signora dai capelli ramati, sputacchiando chicchi di riso sulla sabbia – guarda il telo rosso, bello quello rosso”
“Quanto me lo fai quello rosso?”
“Quindici euro, amico”
“Seeeee… quinnici… Anvedi. Ar massimo sette”.
“No, amico, sette e’ poco. Quindici”.
“None, quinnici so’ troppi. Famo otto e non ne parliamo più”.
“Dai amico, otto sono pochi, quindici amico, non fare il marchigiano”.

Wonder Woman

luglio 7, 2017

Non faccio testo. A me Batman V Superman era sostanzialmente piaciuto, mentre al resto del globo terracqueo aveva fatto schifo. Quindi, come si può intuire, sono di bocca buona quando si parla dei cinecomics targati DC. Devo dire che il capitolo dedicato a Wonder Woman l’ho trovato dignitoso. Certo, dalle recensioni entusiastiche provenienti dall’America mi aspettavo qualcosa di fantasmogorico, unico. Invece non è così. E tuttavia si fa vedere.

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Transformers – L’ultimo cavaliere

luglio 2, 2017

Poche chiacchiere. Transformers – L’ultimo cavaliere, il quinto capitolo della saga cinematografica dedicata ai giocattoli Hasbro, è uno dei film dell’anno. Esagerato. Visionario. Rutilante. Immaginifico. Certo, la storia e la sceneggiatura fanno acque in numerose parti, personaggi spuntano e scompaiono come se niente fosse, il montaggio è, a momenti, veramente a cazzo di cane, i dialoghi imbarazzanti, assurdi. Ma è tipico di Michael Bay, specie del Michael Bay regista dei Transformers: mettere tanta, troppa carne al fuoco, e non saperla cucinare e servire in maniera egregia. A parte questi evidentissimi difetti, il film entusiasma.

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Così è se vi pare. A Roma

luglio 2, 2017

Qualche volta accade. Qualche volta avviene che Roma sia generosa e si comporti come vuoi che si comporti, restituendoti l’immagine, letteraria, cinematografica, televisiva, da cartolina, macchiettistica finche’ si vuole, che di lei ti sei creata. E’ un’illusione, è chiaro, ma ci sei affezionato: la ami e continuerai ad amarla per poter vivere questi momenti. Questi momenti di sole, di cielo, di nuvole che si stendono fino ai Castelli Romani e oltre, di vento, di profumo di  aghi secchi di pino: di splendore e pace.
Suore straniere, piccole, dalla tonaca color beige – e mi chiedo a quale degli innumerevoli ordini religiosi appartengano – lasciano Porta Portese dopo aver fatto degli acquisti: ridono. Al Nuovo Sacher di Nanni Moretti, e una volta o l’altra bisognerà fare un discorso, non necessariamente serio, sul fatto che uno dei migliori romanzi familiari italiani, romanzo rigorosamente borghese, l’ha scritto con i suoi film proprio  Nanni Moretti, ebbene al Nuovo Sacher c’è una retrospettiva sul cinema “giallo” tedesco. Giovani turisti americani, in canottiera e bermuda, affranti e paonazzi, smandrappone e buzziconi, si riposano sul Lungotevere all’ombra degli alberi: ansimano. Una mendicante vestita di nero, senza denti, dagli occhi incavati, bui, probabilmente ciechi, ma chi lo sa in questa città di illusioni, si stende sul marciapiede con una mano sul bastone, anch’esso nero e lucente: a raccogliere i soldi un sottovaso verde. Ci sono extra-comunitari e famiglie che aspettano il tram: tempo di attesa sui 20 minuti. Di fronte a loro, affisso su un muro, in un manifesto Christian De Sica, su una Vespa e senza casco, cane in grembo (e mi immagino un probabilissimo infrocio mortale), invita a mantenere pulita la città, quale lo si capisce dal Colosseo sullo sfondo. Per l’aria si diffonde  un odore di soffritto d’aglio. Tutto è come deve essere.

 

 

Cronache marine/9

giugno 28, 2017

“Lo sai perché non spreco mai il pane?”, ci domanda l’anziana signora seduta al tavolo vicino al nostro.
Siamo in una bettolaccia di Ladispoli, io e la mia fidanzata. Sistemazione, come si suol dire, molto spartana: tavolini in mezzo al marciapiede e rigorosamente di plastica, di plastica anche le sedie, il festival del moplen, mentre la tovaglia è di carta, come di carta sono i piatti dove mettere le cocce di vongole o cozze. Tende di uno verde stinto ci proteggono dal sole. Piatti abbonandanti, oleosi, aglio e peperoncino profusi senza remore. Il vino, bianco, è leggerissimo, quasi acqua: innocuo.. Anche il servizio è alla buona: cortese, al limitie dell’ossequioso, con gli sconosciuti, confidenziale e scurrile con i clienti tradizionali con uno sciupìo di “mortacci”, “vaffanculo”, “laziale demmerda”. Atmosfera tranquilla. Si chiacchiera allegramente. E si conversa anche con le persone che non si conoscono. Come la signora anziana seduta vicino a noi. A farle compagnia il figlio: pancia straripante, modi bonari, sguardo furbo, una Lucky Strike  dopo l’altra.
“A ma’, invece de magna’ il pane e disturba’ ‘sti ragazzi – e ci indica – pensa a magnatte il pesce con le patate. Sta ancora tutto lì. Eddai su. So’ già le due e mezza, dobbiamo andare”.
Ovviamente la madre non ascolta il figlio, continua a mangiare il pane, che stringe con forza, l’avvinghia con entrambe le mani: “Mo’ lo mangio, mi mangio tutto, non ti preoccupare, prima fammi finire il pane. Lo sai che non posso lasciarlo”. E rivolta a noi due: “Allora, sapete perché non lo spreco?”
“Perché?”, le chiedo.
“Il 1943. Voi non c’eravate” Ci fissa con i suoi occhi celesti, le rughe sul volto compongono un mosaico impressionante, la voce è arrocchita da una vita di sigarette. “La guerra. La fame. Un nervoso quando vedo la gente che prende il pane, poi lo butta. Io non ce la faccio. Nel 1943 avevo undici anni: trovare il pane per noi era un miracolo. Non dico trovarne di buono. No, no: trovare proprio il pane. Quando vennero gli americani, mi mangiai un chilo di rosette, non esagero. Le rosette più buone della mia vita”.
Terminato il pane, la signora si cimenta col pesce: svogliatamente. Intanto il figlio si fa il terzo giro di limoncello. “Offrilo ai ragazzi – gli ordina la madre”. Il figlio si fa dare due bicchieri dal cameriere e ce li riempie abbondantemente. La madre annuisce compiaciuta.
“Grazie, non dovevate”, dico ad entrambi.
“Figuratevi – ci risponde il figlio. “Anzi, sono io che ringrazio voi, che state a senti’ mi’ madre. A ma’ mo che hai finito anche il pesce, prendiamo il caffe e se n’annamo. E’ tardi”. E al cameriere: “Bruno, i nostri due caffè. Il mio come ar solito”.
Tempo un minuto e arrivano i caffè. Il cameriere al figlio: “Il tuo è questo qua, quello di destra”.
La madre li guarda, tentenna: “Mi sa che lo volevo decaffeinato. Altrimenti chi dorme più”.
“Mo’ me lo dici? Ce l’ha già portato”.
“E c’hai ragione anche tu. Ma il tuo è corretto, come sempre?”
“Sì”.
“Alla Sambuca?””
“Penso di sì. Mo’ verifico. Bruno, a Bru’… che c’hai messo nel caffè? La Sambuca?”
Una voce dal dentro il ristorante: “Er Mistrà, la Sambuca l’avevo finita”.
“Ok”.
“Sentito ma’? Er Mistrà”.
“Sentito sì, mica so’ sorda. C’avrò più di ottantant’anni, ma non sono così malandata E facciamo ‘sto sacrificio”. Si beve il caffè corretto del figlio.
“A ma’, ma te bevi er caffe mio?”
“E allora? Mi piace er Mistra’, che vuoi da me?”. E sorride: al figlio, a noi, al mondo.

In fila

giugno 23, 2017

“Mortacci tua, ma perché te fermi?”
Insulto la Cinquecento rossa che mi precede. Sta rallentando per permettere a due tizi di passare. I quali però non passano, ma decidono di procedere in mezzo alla strada. Lentissimamente. Una lentezza resa ancor  più esasperante dal sole che se ne fotte di tutti noi e si adagia con il suo calore e ardore su me in sella al motorino. Mentre brucio, i due tizi camminano incuranti della processione di veicoli che li segue. Non si accorgono di nulla. O fanno finta di non accorgersene. Lui cinge col braccio le spalle di lei e le parla all’orecchio. Sembrano innamorati. Sicuramente, da come camminano, anzi zigzagano, non stanno in forma. E non per colpa del caldo.

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Notturno romano /18

giugno 19, 2017

Non so nulla di ius soli, ius culturae, ius sanguinis, non c’ho capito un minchia: anche perché quando il gioco si fa duro e prevede diritto e latino, io non gioco, scappo, memore di un drammatico esame di diritto privato, durante il quale venni ripetutamente colpito, come se fossero ceffoni di Terence Hill, da una serie di domande con frasi in latino e latinorum, non capendoci la minchia di cui sopra. Ripeto: non so nulla. So solo quello che ho visto ieri sera.

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Notturno romano/17

giugno 13, 2017

Solitario nella notte, viaggio in motorello sull’Olimpica. L’aria è rarefatta, immobile. Nessuna brezza, nessun sollievo. Qualche residuo, indistinto odore proviene dall’asfalto, dalle piante che crescono, una sull’altra, selvatiche ai bordi della strada, invadendo impunite i marciapiedi, e dal viscido e marcio fiume Tevere. Le luci dei lampioni sembrano ansimare per il caldo. Le baracche degli zingari sono al buio. Le stelle disertano in massa il cielo di Roma.

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Medioevi moderni

giugno 12, 2017

Non credete in Dio e poi abboccate alla prima stronzata antivaccinazione postata su Facebook.

Bud Spencer (1929-2016)

giugno 28, 2016

Uno dei primi film che mio padre mi portò vedere a Frascati, dove c’eravamo trasferiti nel 1982, fu Nati con la camicia. Ancora mi ricordo le risate – e gli scomodissimi sedili in legno. Papà che mi porta a vedere un film con Bud Spencer. Come non amarlo, Carlo Pedersoli, morto ieri all’età di 86 anni.

Non era un Gassman o un Mastroianni. Neppure un Totò o un Fabrizi.  L’ammetteva lui stesso: “non sono un attore”. Perché Bud Spencer era una forza della natura. Negli anni ’70 il cinema italiano che faceva incassi, anche all’estero, era il suo in coppia con Terence Hill (che nelle interviste chiamava sempre col suo vero nome, Mario). Recentemente Tv Sorrisi e Canzoni ha pubblicato la classifica dei 50 film che hanno avuto più spettatori dagli anni ’50 in poi. Ebbene i film della coppia sono quelli più presenti.

Bud Spencer era popolarissimo.  Dappertutto. In Germania, forse, più che in Italia stessa. Nonni e nipoti, napoletani e liguri, marchigiani e lombardi: tutti l’amavano. Non potevano non amarlo. Con quei cazzotti che avrebbero steso anche Hulk, con quelle due/tre espressioni che erano tutto un programma e con una serie di battute memorabili. Una su tutte: “Tu lo reggi il whisky?”. “Beh, i primi due galloni sì, al terzo divento nostalgico e ci può scappare la lite”. I due Trinità, Due superpiedi quasi piatti, quella meraviglia da teologia della rivoluzione che si chiama Porgi l’altra Guancia, Altrimenti ci arrabbiamo, Nati con la Camicia, la saga di Piedone: meraviglie su meraviglie, che fanno dimenticare anche film e serie tv meno riusciti. Da vedere e rivedere. Fino all’infinito. 

Infine, chi mi conosce, sa il mio (dis)orientamento politico.  E’ giunto il momento di fare coming out politico. Ho votato una sola volta Forza Italia. Avvenne nel 2005, quando il partito di Berlusconi presentò Bud alle elezioni regionali del Lazio.  Feci una cazzata? Sicuramente. Espressi un voto a perdere? Ovvio. Ma come mi sarei dovuto comportare? Non l’avrei dovuto votare? Rinnegavo decenni di matte risate multiple, infiniti attimi di allegria? Perdevo l’occasione di ringraziarlo scrivendo con orgoglio il nome “Bud Spencer” sulla scheda elettorale? Preciso anche che il sistema elettorale regionale permette il voto disgiunto: è possibile votare contemporaneamente il candidato alla presidenza di una coalizione e un consigliere della coalizione avversaria. Votai dunque Bud Spencer. E votai Piero Marrazzo, centro-sinistra, come presidente della Regione (il centro-destra presentava Storace, ma Storace no, non potevo, era troppo per me).
Della preferenza accordata a Piero Marrazzo mi pentii amaramente. Del voto dato a Bud Spencer fui, sono e sarò sempre orgoglioso.

Black Lightning

giugno 21, 2016

Sul finire degli anni ’70 la DC Comics lanciò una testata interamente dedicata ad un supereroe di colore, Black Lightning. Non che latitassero gli afro-americani nei suoi fumetti: basti pensare a John Stewart, la terza Lanterna Verde terrestre. Rispetto alla Marvel, però, la DC segnava il passo: oltre a presentare un numero maggiore di personaggi neri, ad alcuni di loro la Casa delle Idee aveva dedicato una testata, come nel caso di Pantera Nera o di Luke Cage/Power Man.

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Man-Thing

maggio 28, 2016

L’uomo marana. Si può fare un fumetto su un essere mezzo palude mezzo uomo? Un essere che è un miscuglio di umanità (scarsissima), muschio, melma, acquitrino? Un carotone verde al posto del naso. Altre specie di carotone verdi come basette. Occhi a palla da insetto. Manoni con artigli. Tutto verde. Verde marana. Verde acqua putrida. Si può fare un fumetto su essere di tal genere? Certamente. Lo fecero la Marvel e la DC (non ho capito bene chi arrivò prima, chi copiò chi). La Marvel produsse Man-Thing, la Dc Swamp Thing. Parlerò del primo.

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Sindacando /2

maggio 28, 2016

Roberto Giachetti, candidato PD a sindaco di Roma, è imbarazzante. Al di là del programma, che per un aspetto generale non si discosta affatto da quello dei suoi avversari, ossia un maggiore interventismo pubblico su tante, troppe questioni, e già questo mi pare un impedimento a votarlo al primo turno; al di là del programma, quello che mi fa cadere il latte alle ginocchia udendo Giachetti è il suo pressapochismo verbale, è la grevità romanaccia con cui parla ed espone le proprie idee, è il suo ricercare battute ad effetto che, involontariamente, lo ridicolizzano, come quando affermò che sulle periferie avrebbe chiesto consiglio a Totti. A Totti. Sulle periferie. Come battuta fa schifo. Qualora non fosse la battuta, stiamo freschi. Tuttavia, se Giachetti perdesse, ci sarebbe un aspetto positivo. Che la faremmo finita con i radicali come possibile classe dirigente del nostro Paese: hanno già dato. Nessuna nostalgia. Avanti un altro. Ovviamente, se Giachetti andasse al secondo turno, avrebbe il mio voto. Perché gli avversari, tutti, sono nettamente peggiori.

Sindacando /1

maggio 28, 2016

Ferilli, Venditti, Mannoia: tutti voteranno Movimento 5 Stelle. Un motivo in più per votare contro. Almeno al primo turno. Al secondo turno, se spunta la Meloni, bisogna evitare che vinca. Anche turandosi il naso e votando 5 Stelle. Forse. Non so.

Marco Pannella (1930-2016)

maggio 20, 2016

Aveva combattuto battaglie politiche lodevoli (la difesa del divorzio, che in Italia, ricordiamocelo, venne introdotto non dai radicali ma da una legge firmata da un socialista e da un liberale; il tentativo di introdurre il sistema maggioritario in Italia; alcune proposte di riforme liberistiche; la difesa di Enzo Tortora e, per taluni aspetti, l’aborto, di cui non sono un fautore senza se e senza ma). S’era fatto promotore di iniziative imbarazzanti o aberranti (Cicciolina in Parlamento; il sostegno a Toni Negri, che si trasformò in indiretta complicità nella fuga all’estero; un ipergarantismo che, se applicato, sarebbe stato deleterio nella lotta contro il terrorismo).

Libertario, egocentrico e logorroico come pochi, Pannella portò indubbiamente una ventata di aria fresca nelle stantie stanze della politica partitocratica (quanto amava il termine partitocrazia) degli anni ’70. Col passare degli anni divenne la maschera di se stesso, la barzelletta di se stesso: i suoi scioperi della fame, alcuni svolti per una giusta causa, altri per motivi risibili, alla lunga stancarono. Meritava, forse, il laticlavio a vita. Ma non so quanto a lui interessasse.

Riposi in pace.

Sonny lives

maggio 18, 2016

Ho acquistato due cd live di Sonny Rollins, Without a Song e Holding the stage: Road Show Vol. 4. I due cd sono tra loro legati. In Holding the stage troviamo anche quattro brani che non entrarono nella track list del primo, registrato live il 15 settembre 2001 a Boston, a pochissimi giorni dall’11 settembre, evento vissuto da Sonny Rollins in primissima persona, poiché il suo appartamento si trovava a pochi isolati dal World Trade Center devastato dai terroristi. Oltre a questi brani, Holding the stage presenta “pezzi”  tratti da diverse esibizioni del sassofonista americano negli ultimi anni: da Disco Monk, omaggio del 1979 al geniale pianista dal sapore disco music, a Professor Paul, suonato in Francia nel 2012.

I gruppi sono diversi, Rollins rimane lo stesso: fenomenale. La capacità unica di improvvisazione, sempre sorprendente, sempre originale, c’è. Il sound, la voce, pure. La forza trascinante, idem. Il lirismo indiscusso con cui interpreta le diverse ballate, idem con patate. Quello che meraviglia è che passano gli anni, invecchiando, Rollins rimane un leone che non cessa di ruggire. Non sembra risentire degli affanni del tempo. Da segnalare, proprio perché diversi tra loro, proprio perché in essi vediamo due facce opposte del multiforme genio di Rollins, i brani Global Warming (calypso jazz) presente in Without a Song e In a sentimental mood  in Holding the stage. Anche se devo dire che l’esempio perfetto del suo immenso talento è dato dagli ultimi tre brani che compongono Holding the stage: un lunghissimo medley costituto da Sweet Leilani, seguita da un’improvvisazione a solo e Don’t stop the carnival. Ebbene, Rollins (alla veneranda età di 71 anni, tanti ne aveva al tempo del concerto) suona quasi ininterrottamente, accompagnando e improvvisando, per circa 23 minuti: c’è di tutto e di più. A rimanere senza fiato non è lui, ma noi ascoltatori di fronte a tale dimostrazione di potenza jazzistica.

 

Il giovane tenente

aprile 5, 2016

E’ una storia inventata (o quasi).

Forse il sole stava tramontando. Forse era già sera. Non lo so con certezza. So che era ancora caldo. L’estate era finita, ma l’autunno le stava cortesemente concedendo gli ultimi respiri.  Il giovane tenente dei carabinieri stava passeggiando per una strada di campagna, appena fuori dal paese: il sentiero, in terra battuta, portava dopo un paio di chilometri ad un piccolo borgo nato intorno ad una chiesa, che veniva aperta solo in alcune speciali occasioni: la festa del santo, Pasqua, Natale e il 4 novembre – il parroco era stato cappellano militare sul Carso e ci teneva a ricordare i suoi compagni di trincea. Il tenente non voleva recarsi in chiesa. Sebbene fossero giorni di guerra e il pensiero a Dio o a chi per lui correva in molte persone, lui all’Altissimo non ci pensava, almeno in quel momento.  Voleva solo rilassarsi, fumarsi una sigaretta in santa pace – una rarità in quei giorni, in quelle parti, fumare una sigaretta decente. Passeggiava per quella campagna che aveva iniziato ad apprezzare – non sapeva perché – dopo che era scoppiata la guerra. Aveva provato a darsi una risposta, diverse risposte: la bellezza della natura contro le brutture del conflitto; la somiglianza di quelle colline con le colline di casa, che gli ricordavano l’infanzia.  Ma poi aveva smesso: troppi pensieri inutili.

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Leandro “Gato” Barbieri (1932-2016)

aprile 5, 2016

L’illuminazione ascoltando Charlie Parker e John Coltrane. Sapore di Sale (cazzo! non me lo ricordavo… pure Sapore di Sale), le collaborazioni con Don Cherry, Pino Daniele, Antonello Venditti e Gianfranco Funari, gli omaggi a Carlos Santana, l’assoluta e immortale meraviglia di quei quattro capitoli musicali dove la musica folk sudamericana danza con il jazz, e sopra di tutto (anche se non è la sua opera piu’ bella) la colonna sonora di un certo film di Bertolucci con Brando, il burro e Parigi (che poi il regista italiano aveva dapprima coinvolto Astor Piazzolla, ma aveva cambiato idea e s’era rivolto a Barbieri… ma questa e’ un’altra storia).
Riposi in pace.

Il pianeta dei gabbiani

marzo 18, 2016

Via di Acquafredda, direzione Grande Raccordo Anulare (che circonda la capitaleeee…). Campi incolti, baracchini della Coldiretti, torri riadattate a case, la notte qualche mignotta nera. E tanti, tanti tanti gabbiani. Oggi una scena inquietante: decine di gabbiani accovacciati su un campetto di calcio abbandonato. Posato su una traversa, un altro gabbiano osservava superbo i suoi compagni di specie. Secondo me, stava per tenere un comizio: modello Mussolini. Io ve lo dico: se non corriamo ai ripari e ci armiamo pesantemente, i gabbiani ci conquistano. Altro che il pianeta delle scimmie: quello era fantascienza. Questo è la realtà.

Sub-Mariner & The Original Human Torch

marzo 10, 2016

Finalmente ce l’ho fatta. Dopo diversi mesi e con grandissima fatica ho completato la lettura di Sub-Mariner & The Original Human Torch. Il volume Marvel raccoglie due mini-serie, uscite alla fine degli anni ’80, dedicate a Namor (dodici numeri) e alla Torcia originale, l’androide Jim Hammond (quattro numeri). Ai testi i coniugi Thomas, Roy e Dann, alle matite Rich Buckler (coadiuvato da diversi inchiostratori): gli autori raccontano vita, morte (presunta) e miracoli di due tra i supereroi mondo Marvel più vecchi di sempre. Esordirono, infatti, alla fine degli anni ’30.

Nel complesso, si tratta di una lettura mediocre, in modo particolare la saga di Namor. Lodevole solo la conoscenza, quasi filologica, della storia del re di Atlantide: da questo punto di vista, Thomas non si smentisce mai. Il resto è una noia assoluta: pura accozzaglia di diverse storie del passato di Namor. Non c’è neanche un pretesto narrativo, come quello usato nel volume America vs Justice Society: lì almeno Thomas e la moglie usavano la scusa di un processo per ripercorrere le vicende del primo gruppo di supereroi della DC Comics. Qui, invece, Namor racconta al lettore e basta. I dialoghi sono verbosi o inutili, i singoli episodi sono raccontati spesso in due/tre pagine, manca qualsiasi tipo di pathos, il dramma sta a zero: insomma, dodici numeri di nulla, o quasi. L’unica cosa decente, forse, è il primo capitolo della saga, dove ci si dilunga sulla storia d’amore tra i genitori di Namor.
Va un po’ meglio con la storia della Torcia originale: dura solo quattro numeri, il suo passato è meno ricco di avvenimenti di quello di Namor e si evita l’effetto minestrone. C’è più verve, si sbadiglia di meno. Peccato i disegni:  Buckler non è aiutato alle chine di Danny Bulanadi, sembra aver lavorato di fretta. Anche dal punto di vista grafico il volume lascia molto a desiderare.

Epicenter

marzo 10, 2016

L’ho sempre detto: tra i migliori compositori jazz ci sono i bassisti. Charles Mingus, Jaco Pastorius, Dave Holland. E ci aggiungerei anche Chris Lightcap, scoperto attraverso le alchimie di Spotify e Amazon. L’album Epicenter, firmato col nome del suo complesso Chris Lightcap’s Bigmouth, è formidabile: affascinante, moderno, avanguardia alla Ornette Coleman, lirico:  un omaggio a  New York con cover di Lou Reed, artista legato come pochi alla Grande Mela. Si parte col botto. I primi due brani, Nine South e White Horse, colpiscono al volto con violenza: uno shock, grazie al lavoro sopraffino alle tastiere di Craig Taborn (che in alcuni momenti sembra un degnissimo erede di Keith Jarrett)  e alla batteria di Gerard Cleaver. Il brano che dà il titolo all’album è un tour de force “Ornette Coleman style” per i due sassofonisti, Chris Cheek e Tony Malaby. E se con Down East, il free jazz si fa rock, con Stone by stone Lightcap riesce a raggiungere inaspettati vertici di poesia: il suo basso è delicato, Taborn accarezza le tastiere, Cleaver culla l’ascoltatore e Cheek e Malaby volano col sassofono.

Days of Freeman

marzo 10, 2016

Il jazz non è morto. Il jazz è vivo e lotta insieme a noi. Il 2015 è stato un anno vitalissimo per questo genere musicale. Kamasi Washington col suo triplo cd ne è stato l’esempio più evidente. Ma ci sono anche altri casi. Come quello del giovane sassofonista James Brandon Lewis. L’ho scoperto per caso tramite consigli incrociati di Amazon e Spotify – potenza degli algoritmi informatici. Di Lewis ho comprato l’ultimo album: Days of Freeman. Bello, molto bello. E se lo dico io, bisogna crederci. Lewis si fa accompagnare dal bassista Jamaaladeen Tacuma e dal batterista Rudy Royston: questi trio, senza pianoforte, molto d’avanguardia, difficilmente mi entusiasmano. Invece, Days of Freeman lo consiglio. Forse perché Lewis come musicista, compositore, improvvisatore ci sa fare. Forse perché i brani non sono lunghissimi e si reggono con più facilità gli assoli di sassofono e una ritmica senza piano. Forse perché Lewis fa incontrare il jazz con le sonorità rap. Un free jazz alla Ornette Coleman che si sposa con l’hip hop: matrimonio riuscito.

Evolution

marzo 10, 2016

Profumo di anni ’70 si sente ascoltando Evolution, l’ultima fatica di Dr Lonnie Smith, uno dei maestri dell’organo Hammond (ma anche valente pianista) funk-soul jazz. Lonnie Smith, famoso iconograficamente anche per il turbante che indossa, torna alla Blue Note dopo circa quarant’anni e sforna un album di notevolissimo livello. Il funk regna sovrano, ma non mancano i toni hip-hop (specie Talk about this) e reminiscenze di Herbie Hancock versione Head Hunters (esempio: il brano For Heaven’s sake che ricorda Butterfly presente nell’album di Hancock, Thrust) . Circondato da valentissimi collaboratori (tra cui il chitarrista Jonathan Kreisberg) e da due guest star come Joe Lovano (lanciato da Smith anni fa) e dal talentuoso pianista Robert Glasper (che duetta con Smith nel brano di apertura Play it back), Il dottore del funk jazz è una forza della natura: grande sound, grande improvvisazione, grande ritmo. Da segnalare anche My Favorite Things: brano gioioso come pochi, Smith lo trasforma e ne dà una versione dark, con un’intro veramente cupa.

Notturno romano /16

gennaio 31, 2016

San Lorenzo, sabato sera: hic sunt beones.
Una ragazza, con accento meneghino-pugliese, ma che tradisce nell’inflessione una non breve permanenza a Roma, sospira melanconica: “Ahhhh… Come mi manca Roma, come mi manca questa città”.
Schivando chiazze di vomito, passa di fronte ad un locale ‘Sharewood, aula studio autogestita’. Incuriosita, si avvicina all’entrata, ma si accorge che del palazzo rimane solo la facciata.
Sorpassa un gruppo di ventenni, che si passano una bottiglia di Amaro Lucano. Una di loro chiede all’amica con bocca impastata e voce strascicata: “Che ce l’hai na cannaaa?”
Due giovani pomiciano avvinghiati e illuminati dalla luce dell’insegna di un alimentari bangla. Un buzzicone indossante Ciesse Piumini, smanicato e risalente all’anno del Signore 1986, con Peroni formato famiglia mezza vuota nella mano destra, li osserva e urla: “Damme la fregnaaaaa!”
La ragazza meneghino-pugliese continua a sospirare: “Quanto mi manca Roma…”

Eutanasia gastronomica

gennaio 31, 2016

Il lardo di colonnata è la forma più alta, bella, sublime di suicidio mai inventata.

Album (jazz) dell’anno

gennaio 5, 2016

Album jazz dell’anno, ma che dico dell’anno, degli scorsi cinque anni e dei prossimi cinque, è uno solo: The Epic di Kamasi Washington. Non ce n’è per nessuno: né per il nuovo di Charles Lloyd, Wild Man Dance, né per Terence Blanchard con l’hip hoppeggiante, ma per certi versi impalpabile, Breathless. The Epic è impressionante, maestoso. E wonder: meraviglia sì,  ma anche perché come fatica, sforzo produttivo, livello qualitativo e quantitativo ricorda da vicino il magnifico doppio album di Stevie Wonder, Songs in the key of life. Non esagero: Washington, trentenne sassofonista di Los Angeles, ha partorito un triplo album, dove si può trovare di tutto e di più, mettendo in mostra un multiforme ingegno, un talento formidabilissimo.

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Firestorm: The Nuclear Man

dicembre 30, 2015

Dei Simpson mi sono sempre piaciuti anche gli elementi secondari, come il fumetto Radioactive Man. Omaggio ironico (ma non più di tanto) ad una tendenza dei comics americani degli anni ’50 e ’60: il filone dei super-eroi che devono i propri poteri all’energia nucleare, all’epoca giudicata molto più positivamente di adesso. E penso a Hulk, a Solar The Atomic Man. Ulteriore nonché uno degli ultimi in ordine di tempo rappresentante di questa tendenza e di questa visione ottimistica dell’atomica è stato Firestorm, creato da Gerry Conway e Al Milgrom nella metà degli anni ’70. E non mi sono potuto esimere dal comprare il volume della DC che raccoglie il suo primo ciclo di vita letteraria (sei numeri) e le avventure pubblicate nei primissimi anni ’80 in appendice a Flash, con testi sempre di Conway e disegni di un George Perez appena sbarcato alla D(istinta) C(oncorrenza) dopo l’esperienza alla Marvel.

Uno dei grandi del fumetto americano degli anni ’70 e ’80, responsabile del successo di Spider-Man, autore di piacevolissime storie della Justice League in coppia con Perez, Conway questa volta delude.  E’ lento, è verboso. Sembra che tutta la creatività l’abbia spesa nell’ideare il personaggio e nel delinearne le  origini. Dal secondo numero le storie procedono stancamente con pochi cattivi, e pure deludenti, tra cui Hyena, che dà del filo da torcere ad un super-eroe teoricamente potentissimo (può modificare la realtà fisica a proprio piacimento) seppur alle prime armi. E che il pubblico non apprezzasse queste storie è dato dal fatto che Firestorm fu una delle testate ad essere chiuse a causa della cosiddetta “implosione DC”, avvenuta nel 1978: la casa editrice di Batman per una serie di motivi, tra cui una bufera che impedì la distribuzione dei propri prodotti, dovette cancellare diversi fumetti poco popolari. I disegni di Milgrom sono senza infamia e senza lode: lui è sempre stato un modesto ma non mediocre artigiano del disegno, ma questa volta le chine di Janson e di MacLeod ne coprono eccessivamente il tratto. Molto meglio le storie con Perez, la cui arte sembra rinvigorire lo stesso Conway, decisamente più in forma nelle storie d’appendice.

Deadshot: Beginnings

dicembre 30, 2015

Chi cazzo è Deadshot? Un cattivo della DC, nemico di Batman, rampollo fallito, che si cimenta nel crimine come provetto cecchino. Nella seconda metà degli anni ’80, in era post-Crisis, la DC decide di rilanciarlo, prima inserendolo in un gruppo di anti-eroi/super-eroi, la Suicide Squad, team composto da disadattati e ex criminali, che vengono impiegati dal governo in missioni appunto suicide, poi dedicandogli una mini-serie in quattro numeri, Deadshot: Beginnings. Ai testi John Ostrander, ai disegni Luke McDonnell, la stessa coppia creativa che curava le storie della Suicide Squad. La saga non è affatto male: la trama niente di che (alcuni criminali fanno incazzare Deadshot, rapendogli pure il figlio, lui agisce e li ammazza tutti), ma la psicologia del personaggio è intrigantissima. Ci troviamo di fronte non al classico criminale cinico che ha trovato la redenzione oppure al pazzo schizofrenico dalla duplice/triplice personalità. No: Deadshot è nichilismo allo stato puro.  Non crede più in nulla – sempre che abbia mai creduto in qualcosa. Uccide perché è l’unica cosa che sa fare. Questo il suo unico talento. Questa la sua ragion d’essere. Dalla vita non s’aspetta nulla, non vuole aspettarsi nulla. Solo una cosa sa che potrebbe dare senso alla sua esistenza. La morte: non solo quella che dà, ma anche quella che prima o poi riceverà. Da segnalare citazioni in originale dell’Orlando Furioso e Ludovico Ariosto. Concludono il volume le prime apparizioni di Deadshot come nemico di Batman: storie gradevoli, belli i disegni.

Star Wars VII

dicembre 30, 2015

Non è un capolavoro. Non è emozionantissimo. Non ha la carica rivoluzionaria della trilogia originale. Non ha le stesse trovate della seconda trilogia. Per molti aspetti è un remake, un reboot, una crasi (chiamatelo come volete) dei primi due episodi della trilogia originale: gli stessi conflitti, gli stessi topoi narrativi, quasi le stesse identiche scene. Quindi nulla di innovativo. Ma non annoia. Due ore e passa filano via, anzi volano via, che è un piacere. L’amalgama tra vecchi e nuovi personaggi è ben riuscito, tanto da attirare le nuove leve e da non dispiacere (eccessivamente) i vecchi fan. Ovviamente, gli ultra-tradizionalisti sono rimasti delusi dalla pellicola: ho letto su internet persone che hanno rivalutato l’intera seconda trilogia (per molti aspetti imbarazzante), dimenticando che anche la trilogia originale presentava dei difetti macroscopici: a questo proposito cito solamente gli Ewoks, simpatiche creature pelose, armate di pietre e archi, ma capaci di sconfiggere le truppe imperiali.

Gli effetti speciali sono ben fatti. Il regista, J.J. Abrams, l’aveva detto: non ci sarà (troppa) computer grafica, il cui abuso aveva trasformato la seconda trilogia in un grande videogioco. Ed infatti ce ne sta poca. Momenti commoventi e momenti divertenti non mancano. E’ sempre un piacere – e che piacere! – rivedere sullo schermo Harrison Ford/Han Solo, Chewbacca, R2D2 (la cui apparizione ha suscitato, sorprendentemente, applausi a scena aperta al cinema), Leia, Luke. I cattivi, come il generale Hux, e lo stesso Kylo Ren, non sono affatto male. Rey, la protagonista,  ha fascino e talento. Stesso dicasi per Finn, sebbene l’attore afro-americano, John Boyega, all’inizio del film esageri un po’ troppo nella recitazione, sia eccessivo, troppo “negro” del ghetto.

Insomma, il film si merita un 7, un 7+. Forse il voto sarebbe potuto essere più alto, se non avessi visto le decine di trailer proposti in questi mesi, i quali, se da un lato hanno rafforzato il senso tremendo di attesa, dall’altra hanno rovinato (in parte) la sorpresa. Certo, adesso i film successivi devono osare, sia in termini di sceneggiatura sia in termini di colpi di scena (che in Star Wars VII sono alquanto telefonati). Gli spunti predisposti da Abrams ci sono, eccome.

Un Marino a Roma/2

ottobre 28, 2015

Ignazio Marino non si dimette più. Non ci voglio credere, ma è possibile. Il peggio non ha mai fine.

Thor – War of pantheons

ottobre 18, 2015

Chiariamo fin da subito: venire subito dopo il ciclo meraviglioso e rivoluzionario di Walter Simonson avrebbe fatto tremare le ginocchia anche al più bravo degli artisti. Non dico superare, ma eguagliare le vette artistiche raggiunte su Thor da Simonson non vedo chi avrebbe potuto farlo. La coppia Tom DeFalco e Ron Frenz ha avuto l’ingrato (?) compito di sostituire lo scrittore/disegnatore di Knoxville. Il risultato del loro primo ciclo, raccolto nel volume Thor – War of pantheons, è dignitoso, ma non ha nulla a che vedere con quanto fatto dal predecessore.

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Il mistero Marsalis

dicembre 10, 2010

Anno: 1986. Miles Davis sta suonando a Vancouver in Canada con la sua band. Poco prima di lui, sullo stesso palco, s’è esibito Wynton Marsalis, il trombettista  enfant prodige del jazz. All’epoca molti critici e fan lo consideravano (a torto) il nuovo Messia, poichè, grazie alla sua eleganza e allo stile che ricordava da vicino il jazz cosiddetto modale o free bop degli anni ’60, aveva resuscitato un genere morto e sepolto sotto tonnellate di fusion, chitarre elettriche, tastiere fender, sintetizzatori: tutta paccottiglia indigesta ai puristi che la ritenevano lontana anni luce dalla musica di un Armstrong, di un Ellington, di un Parker o di un Coltrane.

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