Piove sul nostro amore

maggio 23, 2018

“Il vero sushi giapponese, ma di che stiamo parlando? Qui in Italia chi lo conosce? Qui mangiamo immondizia”
Mi trovo su un autobus. Fuori piove, dentro l’inferno: vere e proprie pozzanghere sul pavimento, vetri appannati, il tasso di umidità è letteralmente grottesco, ai limiti dell’insopportabile. Non escludo che usino gli autobus per sperimentare la coltivazione di funghi adatti ad essere mangiati nello spazio in una futura, ma purtroppo troppo lontana, colonizzazione dello spazio.
“Il sushi è tutta un’altra storia… lo sai?”

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BWS /2

maggio 23, 2018

Un ritorno in grande stile. In grandissimo stile. Unico, inimitabile stile, quello di Barry Windsor-Smith nel volume Machine Man: mini-serie in quattro numeri pubblicata dalla Marvel a metà degli anni ’80 (edizione italiana: Panini). Segnava il ritorno al fumetto mainstream di BWS (così si firma) dopo oltre un decennio di esilio nel mondo dell’illustrazione d’alta qualità. Leggi il seguito di questo post »

Shazam

maggio 22, 2018

Shazam. S per Salomone: la saggezza. H per Hercules/Eracle: la forza. A per Atlas/Atlante: la resistenza. Z per Zeus: la potenza. A per Achilles/Achille: il coraggio. M per Mercury/Mercurio: la velocità. Shazam: non un semplice acronimo, che gioca con i personaggi dell’antichità, ma l’altro nome di Capitan Marvel versione Fawcett/Dc Comics: il supereroe terrestre più potente di tutti, che racchiude le qualità prima elencate, attributi fondamentali di quei personaggi.

Creato negli anni ’40 da C.C. Beck, il supereroe dal costume giallorosso venne rilanciato nella seconda metà degli anni ’80 a seguito della saga Crisis. A rinarrarne le origini fu chiamato Roy Thomas, aiutato nei testi dalla moglie Dann. Ai disegni un giovane Tom Mandrake. La saga, una mini-serie in quattro numeri, si chiama appunto Shazam: avrebbe dovuto far da preludio a una serie regolare scritta dallo stesso Thomas e che però vide la luce diverso tempo dopo e firmata da un altro autore.

Thomas racconta e aggiorna le origini del personaggio. Billy Batson, quindicenne orfano, incontra un vecchio mago che gli “consegna” i poteri di Shazam per affrontare la sua nemesi storica, Black Adam. Incontro, scontro, sconfitta, nuovo incontro, vittoria: trama abbastanza semplice e scontata, che scorre fluida con rari colpi di scena ma senza annoiare. Caratterizzazione psicologica banalotta: Adam cattivo sadico, Marvel, corpo da supereroe e sentimenti e paure da adolescente. I Thomas sono meno verbosi del solito.  Mandrake è ancora alle prime armi. ma si intravede quella cupezza che avrebbe contraddistinto il suo ciclo dello Spettro.

Seppur pubblicata con elegante copertina rigida, il prezzo è spropositato: trenta e passa dollari per un volume di cento pagine scarse (va aggiunta anche una dimenticabilissima mini-saga: uscita in appendice a Action Weekly, sempre scritta da Thomas,  vede il nostro affrontare un supercattivone neo-nazista).

 

 

Atomica bionda

maggio 17, 2018

Sto scrivendo questo post mentre sto guardando Atomica Bionda su Mediaset Premium Cinema. Charlize Theron è una iradiddio di bellezza. Bellezza assoluta, travolgente, mozzafiato, mozzaocchi. Impossibile guardarla e rimanere indifferenti. Un fascino elegante, fine. Mi fermo qua. Ogni commento diventerebbe superfluo, ripetitivo e, forse, pure stucchevole. Detto questo, il film annoia. Sto rimanendo deluso. Pensavo fosse action pura. Pura adrenalina. Mi sbagliavo. Sia chiaro: combattimenti, sparatorie, inseguimenti ci sono. Ma ci sono anche dei momenti morti, passaggi lenti: troppi. La trama tende ad ingarbugliarsi eccessivamente. Però Charlize è Charlize.

BWS

maggio 14, 2018

BWS. Ossia: Barry Windsor-Smith. Disegnatore inglese di fumetti. Eccezionale disegnatore di fumetti, per essere precisi e modesti con gli aggettivi. Dopo mesi sono riuscito a trovare su Amazon la miniserie (in italiano, addirittura!) di Machine Man, cui lavorò BWS prima come inchiostratore e poi anche come disegnatore . Già ce l’avevo nell’edizione Play Press: sconsideratamente la buttai nell’immondizia, quando anni fa feci piazza pulita di decine e decine di fumetti. Ora sono entrato in possesso di una edizione deluxe Panini: magnifica stampa (più grande dell’originale per esaltare le tavole del nostro), magnifica carta, magnifica copertina, magnifica sovracoperta che si trasforma in un gigantesco poster double-face. Le premesse per un’estasi agli occhi ci sono tutte – se poi la storia farà schifo, e quando lessi l’edizione della Play Press rimasi deluso, chi se ne frega. Alla fine sono riuscito a recuperare un BWS in stato di grazia.

 

 

Loro 1. In progress

maggio 14, 2018

Chiappe, fregne, zinne al vento. Gambe liscissime e bellissime come se non ci fosse domani. Scopate, orge, baci saffici, ingroppamenti vari. Un vero e proprio carnaio. E poi la solitudine di un uomo che lotta disperatamente per continuare ad essere amato: dalla moglie, dalle donne, dal popolo italiano. Amato da tutti. Mi fermo qua: a questa prima impressione di Loro 1. Attendo di vedere Loro 2 per dare un giudizio, non necessariamente equanime, della saga berlusconiana firmata da Paolo Sorrentino. Posso solo dire che mi aspettavo di peggio, molto peggio.

Ghostbusters (quello del 2016)

maggio 10, 2018

Ho visto Ghostbusters, il reboot versione femminile uscito nelle sale nel 2016: per la precisione, ho assistito alla mezz’ora finale. Ultimamente i film che ho perso al cinema riesco a vederli in tv, ma solo la parte finale. Comunque, quello che ho visto è stato più che sufficiente. Le quattro protagoniste non sono capace di creare nessun legame col pubblico.  Comprimari costruiti a cazzo di cane: un macchiettissimo sindaco di NY interpretato da Andy Garcia, che mi sa fa bene a reclamizzare amari nostrani, per non parlare dell’idiotissimo e ridicolo assistente delle acchiappafantasmi che ha il volto di Chris Hemsworth (ma chi dovrebbe far ridere un personaggio di tal genere?). Effetti speciali telefonatissimi e di pessima lega. Cammei inutili dei protagonisti della saga originale. Gag sciape. Un’occasione sprecata. Ed infatti il pubblico ha bocciato sonoramente e giustamente la pellicola al botteghino, mettendo (per ora) una pietra tombale su un eventuale sequel. Peccato, però, perché nella scena finale dopo i titoli di coda si chiamava in causa Zuul, il cattivone del primo film, quello del 1984.

Gossip ergo sum

maggio 10, 2018

Sogno che la Ferragni lasci Fedez e si metta con Massimo Boldi.

Il reazionario sul treno

maggio 7, 2018
Il treno sta attraversando la pianura padana. Mi sforzo di finire un cavolo di romanzo di quasi 600 pagine. Mannaggia a me e ad Amazon che me l’ha suggerito.
La vicina di posto, una ragazza che indossa una felpa azzurra, pantaloni sbrindellati, Adidas con gli strass, alquanto truccata, mi domanda col telefonino in mano. “Scusi, signore, lei sa come si scannerizza col cellulare il codice stampato sul biglietto per attivare il wifi del treno?”
Cheeee?! Io la guardo come se mi avesse chiesto di spiegarle in dieci parole e in dieci secondi il funzionamento dei motori di accensione dello Shuttle Discovery. Scena muta. Sono talmente sorpreso dalla domanda che rimango col libro in mano a mezz’aria, neanche lo poso sulle ginocchia. Ho lo stesso sguardo sperso dei bovini che bivaccano nella campagna circostante.

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Twitter xxx

maggio 6, 2018

Visto il numero crescente di strappone e zinnone in bella mostra che hanno iniziato a seguirmi su twitter, mi tocca ribattezzarlo titter (lo so, e’ pessima, qualcuno l’avrà pure detta, ma ‘sti cazzi)

White Indian

maggio 2, 2018

Qualche tempo fa lessi su un sito internet, non ricordo quale, Comicus o Mangaforever, boh, che avrebbero pubblicato un volume di storie a fumetti firmate da un giovane Frank Frazetta. Feci un salto sulla sedia: fumetti di Frazetta?! Cazzarola. Di Frazetta avevo visto su riviste specializzate o sul web alcune  illustrazioni: roba meravigliosa, specie quella dedicata a Conan il guerriero, che ne giustifica l’adorazione da parte dei fan. Frazetta è infatti una sorta di divinità. Divinità indiscussa. Indiscutibile. Da venerare. Una figura leggendaria. Il re incontrastato dell’illustrazione dell’heroic fantasy o pulp fantasy. Poter leggere i suoi fumetti, anche se realizzati quando era un artista alle prime armi, rappresentava un’occasione troppa ghiotta che non potevo assolutamente farmi sfuggire. E così ho comprato il volume in questione, White Indian (edizione ReNoir – NonaArte Comics).

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Fast & Furious 8

aprile 28, 2018

Premessa d’obbligo. Non ho mai visto un film della saga di Fast & Furious. Mai. L’unica cosa che avevo visto fino ad ora, e su youtube, era stata la scena finale dell’episodio 7, nella quale, se la memoria non mi inganna, Vin Diesel dava un ultimo sguardo al suo amico Paul “Pablo” Walker, scomparso durante le riprese del film. Due minuti o poco più: ecco tutto quello che avevo visto fino ad ora. Fino ad oggi, quando sul canale Mediaset Premium presente su Sky mi sono imbattuto nel secondo tempo (inoltrato) del numero 8.

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Luci rosse

aprile 27, 2018

Scatta il rosso ad uno dei semafori di Piazza Irnerio. Per chi non conoscesse Piazza Irnerio a Roma, zona Aurelia, beh non si perde niente: una delle tante anodine piazze di questa città. Palazzi di svariati piani, uno dissimile dall’altro, costruiti in epoche diverse da architetti o geometri che non hanno tenuto conto di quanto fatto precedentemente, negozi di ogni genere e banche, tante banche. Unica attrazione, ai miei occhi, è un negozio arabo che vende pollo fritto: e io già mi immagino, per dare pepe ad una zona impietosamente noiosa, un giro di riciclaggio di denaro sporco e di finanziamenti a favore di qualche gruppo di primo piano del radicalismo islamico. Una piazza inutile, insomma. E il rosso al semaforo che dura sempre una quaresima, creando file chilometriche e inamovibili.
Mi fermo col motorino e faccio partire una serie di madosche in attesa di un verde che mai arriverà o, se arriverà, sarà sempre troppo tardi. Mi si affianca un altro motorino con due giovani, beatamente in t-shirt. Il guidatore si rivolge all’altro passeggero: “Aho, ‘sta città – e muove il braccio ad indicare la piazza, quasi ad abbracciarla – avrà un sacco de problemi: la monnezza, le buche, mortacci loro, ‘n amico mio, Valerio, quello del Torrino, lo conosci sì, s’è dovuto cambia’ du’ rote della Panda, ce sta er traffico, ce stanno i laziali, non se dimenticamo dei laziali, però, poi, Roma se ne esce con ‘ste giornate… a senti’?”
“A sento sì”
” ‘Sto sole che ti bacia, e st’arietta… la senti st’arietta che è un piacere andare in giro in moto… quando si presenta così ‘sta città, te ne innamori di nuovo.”
“Ti innamori? Aho, io quando Roma fa così, io me la voglio scopa’!!! Hai capito? Scopareeeeee!!! Parti, ché è verde”.
Il motorino si allontana, mentre il cielo inizia ad incantarsi di rosso.

Ready Player One

aprile 19, 2018

Se uno si limitasse alle critiche degli organi di informazione, ci dovremmo trovare di fronte ad un capolavoro. Raramente ho letto articoli pieni di tanto e tale entusiasmo per una pellicola dell’ultimo Spielberg – a parte forse Lincoln, ma in quel caso gli elogi erano indirizzati in modo particolare alla prova attoriale di Daniel Day Lewis. Qui, invece, le lodi si sprecano solo per il regista, esaltato per aver rappresentato in maniera efficace, sconvolgente, emozionante l’immaginario collettivo degli anni ’70 e ’80. Ma tale gloria è veramente meritata?

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Il mio nome è Terence

aprile 19, 2018

Condivido l’articolo che il giornalista di Libero, Francesco Specchia, ha dedicato a Terence Hill. 

In linea di massima sono contrario alla tv dei ricordi; la nostalgia è una droga leggera con fastidiose controindicazioni. Eppure, quando all’acquario di Che tempo che fa (Raitre domenica prime time) è comparso Terence Hill, quasi ottant’anni, accento umbro-americano, biondo con tutti i capelli, allegramente fiero sulla moto come in “Altrimenti ci arrabbiamo”; be’, una zaffata d’emozione è arrivata bella tosta.
 So tutto di Terence Hill-Mario Girotti. Dall’infanzia in Germania al ritorno in Umbria, dai peplum  dai primi film con Maselli Bolognini, Visconti e Pontecorvo, ai fotoromanzi, alla carriera con Bud Spencer. Credo risulti ancora il secondo italiano più famoso del mondo (il primo è Bud). So della morta del figlio Ross a 16 anni, che l’ha avvicinato alla sacro; so del telefilm di Lucky Luke scritto e diretto dedicato all’amore invicibile per i suoi ragazzi; so della sua passione per Don Camillo e, quindi per Don Matteo. Hill è lo Spencer Tracy della mia generazione. Gli voglio bene a tal punto da averlo bonariamente criticato. Il più grande rammarico della mia vita è avergli fatto, quasi vent’anni fa una lunga e appassionata intervista e averla potuta firmare, per motivi contrattuali, soltanto con lo pseudonimo di “Arturo Bandini”, l’inarrivabile eroe di John Fante. L’altra sera, da Fazio, Terence presentava il suo film Il mio nome è Thomas, in gestazione  da dieci anni girato nel deserto spagnolo d’Almeria teatro dei migliori spaghetti western, soprattutto i suoi. C’era una scena ambientata in un vecchio saloon. Terence, come al solito, sussurrava, ma i suoi occhi azzurrissimi lampeggiavano sui ricordi. Poi c’era Fazio che sventolava i cappelli usati da Hill sui set del mondo: dallo Stetson de Il Mio nome è nessuno con Henry Fonda (il più bel western italiano di sempre) al casco dei Due superpiedi quasi piatti. C’era una sfilza di immagini di vecchi film e di una carriera ricchissima, musiche degli Oliver Onions e Pino Donaggio in sottofondo. Terence aveva l’usuale romanzesca timidezza di sempre; nell’intervista, ovvio, ha parlato più Fazio. Terence ha raccontato però un episodio bellissimo della sua vita blindata: l’esordio delle scazzottate sul set con Bud, col futuro, corpulento, compagno che s’inventò il famoso e assai coreografico  “pugno in testa” con conseguente caduta verticale del colpito. Ma non è stato, diciamo, loquacissimo. Eppure ogni frase, ogni sguardo, ogni sorriso in tralice di Terence Hill era un sospiro di tenerezza. Dopodichè io ho preso i miei bambini e li ho piazzati subito davanti ai varo sketch di Lo chiamavano Trinità. Ridevano delle mie stesse risate…

Sposo in pieno ogni parola di Specchia. O quasi. Forse, forse, ho qualche dubbio su Il mio nome è nessuno: non penso sia il miglior western (il tono picaresco e un po’ troppo cazzeggione, il citazionismo esplicito non mi fanno scorrere i brividi sulla schiena, tutt’altro, e poi ho un debole per Una ragione per vivere e una per morire: film dalla trama ai limiti dell’inverosimile e con un cast stellare: Bud Spencer che giganteggia con una mitragliatrice modello Gatling, James”Per mio figlio!” Coburn, Telly Savalas nel ruolo di un ufficiale dell’esercito confederato sadico e criptogay), ma comunque siamo tra i top five.

Bruno Sammartino (1935-2018)

aprile 19, 2018

Bruno Sammartino. Fino all’avvento di youtube, per me non era che un nome. Ma che nome. Il nome di una leggenda del wrestling. Quando era solito commentare la lotta libera americana su Italia Uno negli anni ’80, l’immenso Dan Peterson affiancava al commento tecnico-ludico-sportivo, traducendo da par suo le varie mosse e creando uno slang unico e mai più ripetuto, una miriade di riferimenti alla storia e cultura americane, tantissime notizie autobiografiche e, ovviamente, divagazioni sulla storia del wrestling. Tra i giganti del passato il nostro era solito ricordare Vergne Gagne, Lou Thesz e poi, lui, Bruno Sammartino. Abruzzese doc, nato a Pizzoferrato in provincia di Chieti, lasciò l’Italia a quindici anni per cercare fortuna negli USA. E la trovò. Come lottatore. Fu uno dei più grandi, fece la storia, detenne per sette anni di fila il titolo di campione della WWE (anche se all’epoca aveva un altro nome, WWWF, se non erro). Un record ancora imbattuto. Un mito.
Riposi in pace.

Elezioni politiche 2018/2

gennaio 30, 2018

La Boschi paracadutata a Bolzano… no. Che poi dica: “imparerà il tedesco”, peggio. A meno che Renzi non l’abbia fatto apposta, sperando che venga bocciata alle urne. Ma perché? La Boschi a Bolzano è fuori luogo, dà l’idea di una fuga. Anzi, è una fuga dalla Toscana, da ciò che ha fatto, da ciò che ha detto. Dalle sue responsabilità. In passato ha difeso in Parlamento, in tv, pubblicamente il suo operato. Perché non continuarlo a fare nella sua regione di cui, a suo dire, ha tutelato gli interessi?

Santa subito

gennaio 18, 2018

La battuta di Gene Gnocchi sul maiale allo stato brado per le strade della periferia romana e Claretta Petacci può anche essere di cattivo gusto. Ma da qui alla santificazione della Petacci… no, questo no. Vi prego.

Elezioni politiche 2018/1

gennaio 15, 2018

Una campagna elettorale di questo tipo, populista, volgare, approssimativa, superficiale non gliela fo a sopportare. Una sagra a chi la spara più grossa.

Superboy and the Legion of Super-Heroes. Vol.1

gennaio 14, 2018

L’unica cosa veramente bella di questo volume targato DC è la copertina. Appena l’avevo vista, la copertina, firmata da Mike Grell in versione Neal Adams, mi era piaciuta tantissimo: per il dinamismo, l’accuratezza dei corpi, i colori. Le storie contenute nel libro, prese dalla serie Superboy and The Legion of Super-Heroes degli anni ’70, sono di una delusione assoluta. A partire dai disegni. Pensavo che Grell ne fosse l’artefice principale: mi sbagliavo. Oltre a Grell si alternano diversi mediocri disegnatori a me ignoti e dal tratto antiquato, a parte Jim Starlin e un Walt Simonson alle prime armi. E lo stesso Grell è in piena fase di apprendistato: siamo lontani anni luce dai livelli di Green Arrow. Lo stile è grezzo, si intravede il talento, ma sono sprazzi, poiché gli inchiostratori oscurano il tutto. E anche le storie non brillano. Altra delusione. Perché lo sceneggiatore è un certo Paul Levitz, il padre padrone della Legione, colui che negli anni ’80 la guidò verso vette d’altissimo livello qualitativo: saghe emozionanti, colpi scena a non finire, psicologia dei tantissimi personaggi curata nei dettagli. Magnifica fantascienza. Ma, quando scrive le storie di questo volume, che vede Superboy collaborare con la Legione del 31esimo secolo, aveva appena ventun’anni. E l’inesperienza si vede tutta. Levitz annoia: i testi sono pesanti, le storie procedono stancamente, nessuna è memorabile. Uno dei nemici è un certo Grimbor, The Chainsman, un tale capace di costruire catene potentissime. Ma si può?! Forse doveva ancora prendere le misure. Notevole, già in questa fase, la caratterizzazione dei personaggi. Poca roba, però, che di certo non salva il volume dall’insufficienza.

Nonno scatenato

gennaio 14, 2018

Ho visto per caso gli ultimi cinque minuti del film Nonno scatenato, con Bob De Niro e Zac Efron. Ne avevano parlato tutti malissimo. Ma non mi aspettavo una roba del genere. E ho visto solo i cinque minuti finali. Una cosa indescrivibile. Come buttare al cesso un carriera cinematografica straordinaria, vero Bob?

Night Force

gennaio 14, 2018

Negli anni ’70, anni di grande mutamenti e sperimentazioni dal punto di vista fumettistico, una delle testate che suscitò entusiasmo e apprezzamento fu Tomb of Dracula. A firmarla Marv Wolfman (testi) e Gen Colan (disegni). I due provarono a bissare il successo con Night Force, comics edito nel 1982-1983 dalla DC. Fallendo totalmente. Il fumetto venne chiuso dopo appena 14 numeri. Su internet ho letto che Wolfman attribuì la chiusura all’errata politica editoriale da parte della DC: la casa editrice di Batman e Superman, invece di portare Night Force nelle edicole e renderlo  quindi disponibile ad un pubblico ampio, occasionale e non necessariamente interessato ai supereroi, decise di distribuirlo solo nelle fumetterie, frequentate però da clienti appassionati, dai gusti più sofisticati. Sarà. Leggendo il volume che raccoglie tutto il ciclo, mi sono trovato di fronte ad un’opera mediocre.

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Thor – In mortal flesh

dicembre 3, 2017

In un precedente post avevo recensito il primo ciclo del Thor firmato dal duo Tom DeFalco e Ron Frenz. Non mi aveva entusiasmato. Devo dire che il volume che prosegue il ciclo e intitolato In mortal flesh, pubblicato nella collana Marvel Epic Collection, non delude, anzi è evidente un netto miglioramento.

DeFalco sembra aver preso le misure al personaggio: dopo un periodo di rodaggio, che seguiva, ricordiamocelo, l’immensa gestione Simonson, lo sceneggiatore impone una direzione ben precisa al personaggio e alle sue storie: meno Asgard, più Midgard. Meno Loki, più altri cattivi. Sempre nel solco della tradizione, ovviamente. E, anche quello che sembra l’elemento più innovativo, ossia fare del personaggio di Eric Masterson l’alter ego umano del figlio di Odino, non è nient’altro che la riproposizione del dualismo Donald Blake-Thor. DeFalco introduce diversi personaggi e sotto-trame, ma questa volta li sa gestire, li sa sviluppare con efficacia, creando quel giusto mix di tensione e attesa. Anche il recupero di Hercules, ma un Hercules meno spocchioso e roboante del solito, è un elemento che arricchisce la trama complessiva delle storie. Forse avrebbe potuto osare di più con le storie che vedono la presenza di Annihilus o il Doctor Doom.

Ai disegni Ron Frenz non sfigura. Come avevo già notato nel precedente post, l’omaggio, quasi plagio, a Kirby è evidentissimo: nelle splash page, nelle espressioni dei volti, nel dinamismo (questa volta più accentuato). Poi alle chine c’è Sinnott, storico inchiostratore del Kirby epoca Marvel, e quindi la somiglianza è ancor più notevole. E a noi non dispiace.

Da segnalare i racconti d’appendice Tales of Asgard, che illustrano il passato e futuro remoto di Thor o descrivono vita e avventure dei suoi comprimari. Alcuni sono veramente notevoli. Ai testi sempre DeFalco, ai disegni artisti, e che artisti, del calibro di Mike Mignola, Mark Texeira, Ron Lim, Tony De Zuniga o un dignitosissimo Herb Trimpe.

Notturno romano/20

novembre 24, 2017

Maledetto freddo.
In motorino alle due di notte: pure io coglione, che cavolo mi viene in mente di spostarmi in motorino di notte. Passo per Monteverde e l’Aurelia, tra ville pazzesche, sedi della massoneria dalle finestre sempre chiuse, forse per impedire la visione di segretissime riunioni in cui partecipano loschi mammasantissima intenti a decidere i destini del Paese o forse perché sono semplicemente e finalmente abbandonate, religiose case di riposo con statua di santo orante ad accogliere i visitatori all’ingresso, e poi parchi trascurati dove la natura ha preso il sopravvento su strade, recinzioni e mura. In giro pochi cristi, soldati a fare la guardia a chissà quale Fortezza Bastiani, un anziano che porta a smerdare il cane, qualche tiratardi che si rifugia in quei pochi bar ancora aperti a bere grappa, amaro o whisky commerciale. Guanti, sciarpa, copertina: non mi riparano un cazzo, manco quello. Il cielo è coperto: vastissime nuvole nascondono le stelle e la luna, da qualche varco filtra una luce lattiginosa, inutile e, quindi, irritante. Il freddo entra dappertutto. E intendo dappertutto. Mi stordisce. Maledetto novembre del cazzo.

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Autogrillando

novembre 23, 2017

La disumanità vera, l’Italia peggiore, la si trova all’Autogrill. Sono tutte quelle persone che, in fila sparsa, allo stato brado, chiedono il caffè o una brioche. Un assalto scomposto, vociante, urlante, belluino e beduino, al bancone: ultimo che arriva male alloggia. Nessuna esitazione: altrimenti addio alla ennesima colazione. Educazione, rispetto del prossimo, cortesia, senso civico: belli che defunti. Se tale scena fosse rappresentata in un dipinto, sarebbe natura (umana) morta. Morta e in stato di putrefazione.

Meccanico di vita

ottobre 27, 2017

“Aho, ma la vedi quella, mortacci che gambe. ‘Na cavallona fatta, finita e rifinita. E come le gambe sfociano nel culo? Lo vedi?”.
Il meccanico mi dà di gomito, indicandomi una ragazza di colore, mentre portiamo l’auto all’officina per cambiare la batteria.
“La vedo”.
La ragazza è indiana o pakistana, avrà una ventina d’anni, magra, slanciata,  capelli neri lunghi oltre le spalle, jeans stretti, stivali, camicetta celeste.
“Mamma mia, che bellezza. Non solo le gambe e il sedere. Tutto. I capelli neri parono seta, la pelle liscia come marmo con quel color nutella da mangiare tutta. L’avevo notata qualche giorno fa. Me pare proprio la regina de Sabba. C’aveva visto lungo Salomone con la Regina de Sabba”.

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Blade Runner 2049

ottobre 22, 2017

E non lo so. Blade Runner 2049 non m’ha convinto. Oddio, non era facile realizzare un sequel all’altezza di quel capolavoro della fantascienza: un progetto che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque. Denis Villeneuve, sostenuto dal regista della pellicola originale, Ridley Scott, c’ha provato. Ma, purtroppo, non c’è riuscito.

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Aldo Biscardi (1930-2017)

ottobre 11, 2017

“Le polemiche fioccano come nespole”. “Sgub!”. “Non accavalletevi… parlate due o tre per volta, al massimo”. “Presidende (Mataresse n.d.r. ai tempi di Italia 90)! Accomiditi!” “In attacco volete Weah o Massaro? Votate sì o no”. Queste e altre le tante, innumerevoli, infinite perle linguistiche di Aldo Biscardi, mito dello sport (giornalistico) italiano. Creatore e conduttore del processo televisivo più longevo e famoso di sempre, ha rappresentato al meglio e al peggio il calcio in tv: con lui il bar dello sport è sbarcato e ha sbracato in tv. Populista, ruffiano, amico dei potenti, mangiafuoco della conduzione, sapeva come pochi creare casino intorno al calcio, trasformando la chiacchiera in puro spettacolo. Volgare, trash, quanto si pare. Ma stiamo sempre parlando di calcio, non della filosofia hegeliana.

Il suo processo è stato per anni il luogo di ritrovo di chi, giornalista, sportivo, intellettuale, regista, attore, politico, voleva parlare di calcio. Da Andreotti a Berlusconi, da Samperi a Brera, da Moggi a Boniperti, da Trapattoni a Falcao, da Maradona a Platini: tutti, dico tutti sono andati al Processo per polemizzare, attaccare, criticare, ingiuriare, insultare, litigare, diventare paonazzi (esempio: Maurizio Mosca), insomma divertirsi e far divertire parlando della propria squadra di calcio. Tutti a recitare quella grande commedia dell’arte, popolare e popolana, che è il calcio. Regista, sceneggiatore, produttore, factotum: lui, Aldo Biscardi.

L’ho seguito sulla Rai, su Tele+, su La 7, pure su alcune reti locali, dove era approdato dopo lo scandalo calciopoli. Spesso lo preferivo ai film che il lunedi le grandi emittenti televisive trasmettevano. Talvolta le puntate erano puro nulla: minuti e minuti di discussioni urlate, confuse su un gol-non gol, su un fuorigioco non dato, e su altre amenità, avendo come unico filo conduttore la moviola in campo. Vero e proprio mantra di Biscardi che ha avuto, con il varo della VAR, la sua incarnazione. Pur essendo il nulla assoluto, sguaiate, comiche, mai eccessivamente triviali, le puntate si facevano guardare anche per la capacità di Biscardi di sapere dove tirava il vento , di cavalcare l’onda dell’indignazione (fugace) degli sportivi e dei potenti, capace come pochi di saper appendere l’asino dove voleva il padrone, apparendo però sempre dalla parte del popolo, anzi della gente. Un genio dei tempi televisivi, un maestro dello show business. Ha avuto e ha tanti imitatori, nessuno del suo livello. Per fortuna e purtroppo.

Riposi in pace.

Vocabolario

settembre 28, 2017

Qualcuno ha già italianizzato il termine disruptive? Non una banale traduzione (es. dirompente… da accompagnare a dilacerante… cit). No, no: sto parlando di quelle magnifiche italianizzazioni che tutto il mondo ci invidia (basti pensare a delivery). Io propongo disruttivo, disruttante oppure rutto (che, secondo me, suona meglio ed è molto più efficace). Che ne dite?

X-Force: Under the gun

settembre 21, 2017

Rob Liefeld: chi era costui? Risposta facile: nei primi anni ’90 fu uno degli artisti che cambiò il mondo dei fumetti. In meglio o in peggio? Ai posteri l’ardua sentenza. Perché sull’apporto di un Moore o di un Miller difficile che ci siano discussioni, unanime o quasi essendo l’apprezzamento nei confronti di opere quali Watchmen, The return of the dark knight o Batman: year one.  Per quanto riguarda il disegnatore e scrittore californiano, le opinioni sono inveci discordi.

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Excalibur

settembre 14, 2017

Qualche settimana fa recensivo il ciclo di Iron Man scritto da Byrne. Subito dopo ho letto i primi numeri di Excalibur firmati da Chris Claremont (edizione: Marvel). Confronto impietosissimo. Claremont batte il suo ex sodale ai tempi degli X-Men: 6-0, 6-0, 6-0. Tanto il ciclo di Byrne era lento, poco movimentato,  con rare emozioni e alquanto noioso nelle storie disegnate da Paul Ryan, tanto i numeri di Claremont sono scoppiettanti, divertenti, cinetici, immaginifici, prodighi di sottotrame e di trovate. Un Claremont in formissima, che dimostra tutta le sue qualità creative, il suo vastissimo spettro narrativo. Stiamo parlando dello stesso Claremont che, contemporaneamente, era impegnato con gli X-Men in un ciclo di storie cupe, tragiche, al limite della depressione – ma unanimemente considerate dei capolavori. Ecco la bravura di Claremont: la capacità di passare, da una testata all’altra, dal registro comico a quello serissimo, risultando sempre credibile, avvincente, efficace.

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Dunkirk

settembre 12, 2017

Questo sì che è cinema. Grande cinema. Cinema meraviglioso. Dunkirk è una di quelle pellicole che giustificano ancora l’esistenza di quel luogo chiamato cinematografo. La ritirata degli inglesi a Dunkerque realizzata da Nolan è un film immenso.

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Raid

settembre 7, 2017

Sempre detto: bomba atomica contro le zanzare

Roma kaputt mundi

agosto 24, 2017

Mi sono rotto i coglioni.
Basta dare un’occhiata alle strade di Roma, centro e periferia: materassi, divani, sacchi pieni di foglie, stracci, bottiglie, cassette della frutta, giornali, bottiglie e scatolette di tonno seminati per strada. L’AMA ha le sue colpe. Non sta facendo il suo lavoro: dall’ultimo dei netturbini al primo dei dirigenti. La si paga per pulire e non pulisce. Se si occupasse della diffusione della musica dodecafonica, capirei la sua assenza dalle strade. Ma, visto che viene finanziata per mantenere il decoro urbano, mi pare inadempiente.
Pago, pretendo. Ma fino ad un certo punto. Perché se l’AMA è assente, gli abitanti di Roma sono presenti. E sporcano. Pesantemente. E sono incivili. Pesantemente. Tutti: bianchi, neri, gialli; cattolici, ebrei, musulmani; laziali, romanisti, juventini.
L’AMA non interviene. E qui non ci piove. Ma l’abitante di Roma si deve mettere una mano sulla coscienza – e io per primo. Non può nascondersi sempre dietro la frase: “vabbe, io pago l’AMA, tocca a lei pulire”. Se lo facesse, si comporterebbe come un tale che, dopo aver smadrato pure l’anima in bagno, decida dall’oggi al domani di non scaricare più il cesso, giustificandosi nel seguente modo: “Io c’ho la donna delle pulizie, ci pensa lei a lavarmi il water. Pago, pretendo”. Un tale che ragionasse nel seguente modo sarebbe ridicolo. O no?

Iron Man- Armored Wars II

agosto 22, 2017

Tony Stark/Iron Man non ha mai avuto una vita facile. Certo, è  un ricchissimo playboy, egocentrico, genio dell’ingegneria, salvatore della terra un’infinita di volte. Ma a che prezzo? Scheggia di bomba vicinissima al cuore, lotta costante con nemici temibilissimi, furibondi, assatanati, problemi gravi d’alcolismo, fallimenti aziendali. Non se l’è passata proprio bene: al confronto l’Uomo Ragno o Fantastici Quattro (Cosa esclusa) hanno vissuto nella bambagia. Tra le diverse avversità subite da Tony Stark/Iron Man vanno annoverate anche le “guerre delle armature”, durante le quali il nostro eroe ha combattuto strenuamente per non perdere il controllo della sua creazione principale e della sua personalità. E della seconda “guerra dell’armatura” voglio parlare: del ciclo ideato e sceneggiato da John Byrne, uscito nei primissimi anni ’90 e ora ripubblicato nella collana Epic Collection della Marvel.

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Jerry Lewis (1926-2017)

agosto 21, 2017

Genio. Genio. Genio. Tre volte genio. Jerry Lewis è stato un genio della comicità, un gigante dello spettacolo, un mostro di bravura, talento, innovazione. Un anarchico a 360 gradi. E, a detta di molti, un grandissimo, tostissimo figlio di puttana. I giornali di tutto il mondo lo stanno ricordando (più o meno dignitosamente): per questo non mi dilungo a ricostruirne la biografia: gli esordi, la lite e poi la pace con Dean Martin, la carriera da solista, l’impegno contro la Distrofia Muscolare, il suo essere ebreo (e sono curioso su come il mondo ebraico lo ricorderà), le sue lezioni di cinema all’università (durante le quali elogiò un giovanissimo Steven Spielberg).  Dico solo che l’ho sempre adorato, fin da piccolo, quando mi piacevano anche i film con Dean Martin: rivedendoli da grande, salvo solo Artisti e Modelle (con una bellissima e simpaticissima Shirley McLain), gli altri li trovi stupidi. E’ il Jerry canonico, quello che la massa ricorda, quello che si muove in maniera sbilenca, dalla voce stridula (doppiato da Carlo Romano), imbranatissimo (e imitatissimo in Italia, ahimè: da Adriano Celentano ad uno dei Brutos ai Enrico Montesano).

Il vero Jerry, il grande Jerry, l’immenso Jerry è quello della filmografia da solista: allo slapstick si affiancano battute, trovate, sceneggiature di assoluto livello. Vado per impressioni, per ricordi, per emozioni: Le folli notti del Dottor Jerryl, Pazzi Pupe e Pillole, Scusi, dove è il fronte?, Dove vai sono guai, Il ragazzo tuttofare, Il mattatore di Hollywood sono film che distruggono ogni convenzione, ogni regola, ogni logica strutturata. Ma dietro tanta e tale sregolatezza (prima di tutto fisica) vi è un solido ragionamento, una precisa critica della società americana, dello show business americano, dell’american way of life (nonché un sapientissimo uso del mezzo cinematografico). Banalmente, Jerry è stato il nevrotico sfigato che ha messo a nudo le contraddizioni, le ipocrisie, i difetti dell’America tutta rivolta alla perfezione – e che ha rivoluzionato il modo di fare cinema: chiedere lumi a Scorsese e Landis.

Unico grande rimpianto (per lui e per noi): la pellicola sulla Shoah, The day the clown cried, in cui Jerry interpretava un clown che accompagna ai forni crematori i piccoli ebrei. Film contestatissimo, sbagliato secondo lo stesso Jerry, che forse non vedremo mai.

Riposi in pace.

Banalità giudaiche

agosto 8, 2017

Banalità giudaiche in ordine sparso.

Suoni: il rumore incessante, inesauribile, delle migliaia di racchettoni sulle spiagge di Tel Aviv: vero sport nazionale giocato come se non ci fosse un domani e le palle (di diverso genere) sanguinano. La voce ispirata del muezzin che si espande per i vicoli di Gerusalemme Vecchia insieme alla voce, altrettanto ispirata, di Julio Iglesias che fuoriesce da un kebabbaro della suddetta città.

Botte: I poliziotti israeliani che si scontrano con gli ebrei ultra-ortodossi, spintonandoli come sapeva fare solo Sylvester Stallone, quando affrontava spavaldo i calciatori tedeschi in “Fuga per la Vittoria”.

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Notturno romano /19

luglio 25, 2017

Porco cazzo.
Sono in ritardo. Ovvio. Chi vuoi che ci sia in giro la sera, a fine luglio? Ergo, parto all’ultimo momento utile e sono costretto a scapicollarmi verso la stazione Tiburtina. Nella fretta ho lasciato il cellulare a casa: me ne accorgo troppo tardi per fare marcia indietro. Come volevasi dimostrare: infrocio in tangenziale, coda per assistere alla strage, si procede piano. Stavolta scelgo l’ingresso secondario della stazione, quello in zona Monti di Pietralata. C’è il parcheggio aperto a tutti e pure gratis, tanto devo lasciare l’auto per pochi minuti, è incustodico ma mica i vandali  avranno tempo per spaccarmi qualche vetro. Inoltre evito di perdere le ore nell’impossibile compito di trovare un posto di fronte all’entrata principale, tra una tripla fila e l’altra, in mezzo a parcheggiatori abusivi, extracomunitari in lite, rom che zingareggiano, vigili (hai visto mai?) per una volta solerti nel proprio lavoro, gente dell’est che spaccia, trans che smerciano, e poi zaffate di piscio, pezzi di vetro di bottiglia e cocce di cocomero che marciscono per terra, … insomma, essere costretto a rintanare l’auto (anche stavolta) in uno dei garage di proprietà dei Tredicine (non solo castagne e camion bar, signora mia), e per neppure dieci minuti, ecco almeno stasera no.

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L’Incal Finale

luglio 23, 2017

Non ce n’era affatto bisogno. Non ne avremmo sentito la mancanza. Sto parlando di L’Incal Finale, il seguito del capolavoro fantascientifico L’Incal. Il sequel nulla toglie e nulla aggiunge all’opera firmata da Jodorowsky e Moebius. Sia chiaro: non fa schifo, anzi si fa leggere, la trama è avvincente, i colpi di scena non mancano, è ben disegnata, invenzioni grafiche e linguistiche non mancano. Però non raggiunge i livelli dell’originale, non ha la stessa portata direi rivoluzionaria sia in termini di storia, di affresco narrativo, che in termini di disegni: non possiede quella grandiosità, quell’innovazione che fa dell’Incal “one of another kind”. E’ un piatto già gustato: buono, per carità, ma che non svolta la giornata.

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Spider-man: homecoming

luglio 17, 2017

“Oddio, che palle, un altro film sull’Uomo Ragno, abbasta, anche no, di nuovo il racconto delle origini, hanno rotto il cazzo”. Queste ed altre parole mi erano venute in mente, appena lessi la notizia di una nuova pellicola dedicata al mio eroe fumettistico della gioventù, l’Uomo Ragno. Mi devo ricredere. Spiderman: homecoming è godibilissimo.

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Le baruffe chiozzotte

luglio 12, 2017

“Un giorno Giorgio Pisanò, incontrando Vittorio Foa, gli disse: ‘Ci siamo combattuti da fronti contrapposti, ognuno con onore, possiamo darci la mano’. Foa gli rispose: ‘E’ vero abbiamo vinto noi e tu sei potuto diventare senatore, avessi vinto tu io sarei ancora in carcere’. Ecco, ci rifletta. Ci rifletta un istante”.(da un’intervista, bellissima, di Pietrangelo Buttafuoco a Norberto Bobbio).

Freccia Verde/2

luglio 11, 2017

Nel post precedente, dedicato a New Mutants, ho messo in evidenza una certa verbosità da parte di Claremont. Ecco: un autore agli antipodi è Mike Grell, il Mike Grell autore di Green Arrow, di cui RW Lion ha pubblicato tutto il ciclo composto da 80 numeri. Non posso che ripetere quanto scritto in un post di due anni fa, quando  recensii i primi tre volumi: Grell scrive in modo incisivo, secco, terso, senza fronzoli. Uno stile “noir” come “noir” sono le storie: anche se nei successivi tre volumi vediamo Arrow viaggiare per il mondo, arrivare persino in Africa, il succo non cambia. Poche chiacchiere, pochissimi scrupoli, molta azione e moltissima violenza. Qualche volta i temi e i personaggi si ripetono (il narcotraffico e l’ambientalismo, Shado e l’agente della CIA Fyers), ma non ci si annoia. Perché il personaggio di Freccia Verde firmato da Grell tutto può fare tranne che annoiare.

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The New Mutants

luglio 10, 2017

Nei primi anni ’80 gli X-Men erano il fumetto di maggiore successo negli USA. La classica gallina dalle uova d’oro: da sfruttare assolutamente. E’ quello che pensò Jim Shooter, big boss editoriale della “Casa delle Idee”. Il quale propose: “Bisogna fare una nuova testata mutante”. Chris Claremont, sceneggiatore degli X-Men, il principale artefice del loro successo, e Louise Simonson, supervisore della testata (autrice lei stessa e moglie di Walt Simonson), non erano d’accordo. Claremont, soprattutto, voleva evitare un’inflazione di testate mutanti: temeva che lo sfruttamento degli “Uomini X” ne avrebbe indebolito l’originalità e danneggiato la qualità delle storie. Si sarebbe comportato in maniera simile quando, alcuni dopo, si pose la questione di un albo dedicato a Wolverine. Di fronte alle perplessità di Claremont e di Simonson, Shooter non si scompose: “Va benissimo, capisco il vostro punto di vista. Ma una nuova testata mutante va fatta. Con voi o senza di voi”. Claremont e Simonson si piegarono: meglio gestire personalmente la nuova creatura piuttosto che vederla crescere in mani meno competenti. Così nacquero i New Mutants – la storia l’ho tratta da internet. I Nuovi Mutanti sbarcarono in Italia con una loro testata, edita dalla Play Press sul finire degli ‘anni 80. Non la comprai. Ora ho colmato la lacuna, acquistando il paperback delle loro prime storie, che viene pubblicato nella collana Marvel “Epic Collection”.

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Cronache marine/10

luglio 10, 2017

Certezze estive del litorale romano.
Vu cumpra’ africano di teli da mare avvia trattativa con coppia di romani, 180 chili in due, costumi striminziti, lui capello grigio unto, lei rame tinto, impegnati entrambi a scofanarsi un’insalata di riso da tre chili.
“Amico, telo da mare per te e signora, bello telo”.
“Amo’ – dice la signora dai capelli ramati, sputacchiando chicchi di riso sulla sabbia – guarda il telo rosso, bello quello rosso”
“Quanto me lo fai quello rosso?”
“Quindici euro, amico”
“Seeeee… quinnici… Anvedi. Ar massimo sette”.
“No, amico, sette e’ poco. Quindici”.
“None, quinnici so’ troppi. Famo otto e non ne parliamo più”.
“Dai amico, otto sono pochi, quindici amico, non fare il marchigiano”.

Wonder Woman

luglio 7, 2017

Non faccio testo. A me Batman V Superman era sostanzialmente piaciuto, mentre al resto del globo terracqueo aveva fatto schifo. Quindi, come si può intuire, sono di bocca buona quando si parla dei cinecomics targati DC. Devo dire che il capitolo dedicato a Wonder Woman l’ho trovato dignitoso. Certo, dalle recensioni entusiastiche provenienti dall’America mi aspettavo qualcosa di fantasmogorico, unico. Invece non è così. E tuttavia si fa vedere.

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Transformers – L’ultimo cavaliere

luglio 2, 2017

Poche chiacchiere. Transformers – L’ultimo cavaliere, il quinto capitolo della saga cinematografica dedicata ai giocattoli Hasbro, è uno dei film dell’anno. Esagerato. Visionario. Rutilante. Immaginifico. Certo, la storia e la sceneggiatura fanno acque in numerose parti, personaggi spuntano e scompaiono come se niente fosse, il montaggio è, a momenti, veramente a cazzo di cane, i dialoghi imbarazzanti, assurdi. Ma è tipico di Michael Bay, specie del Michael Bay regista dei Transformers: mettere tanta, troppa carne al fuoco, e non saperla cucinare e servire in maniera egregia. A parte questi evidentissimi difetti, il film entusiasma.

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Così è se vi pare. A Roma

luglio 2, 2017

Qualche volta accade. Qualche volta avviene che Roma sia generosa e si comporti come vuoi che si comporti, restituendoti l’immagine, letteraria, cinematografica, televisiva, da cartolina, macchiettistica finche’ si vuole, che di lei ti sei creata. E’ un’illusione, è chiaro, ma ci sei affezionato: la ami e continuerai ad amarla per poter vivere questi momenti. Questi momenti di sole, di cielo, di nuvole che si stendono fino ai Castelli Romani e oltre, di vento, di profumo di  aghi secchi di pino: di splendore e pace.
Suore straniere, piccole, dalla tonaca color beige – e mi chiedo a quale degli innumerevoli ordini religiosi appartengano – lasciano Porta Portese dopo aver fatto degli acquisti: ridono. Al Nuovo Sacher di Nanni Moretti, e una volta o l’altra bisognerà fare un discorso, non necessariamente serio, sul fatto che uno dei migliori romanzi familiari italiani, romanzo rigorosamente borghese, l’ha scritto con i suoi film proprio  Nanni Moretti, ebbene al Nuovo Sacher c’è una retrospettiva sul cinema “giallo” tedesco. Giovani turisti americani, in canottiera e bermuda, affranti e paonazzi, smandrappone e buzziconi, si riposano sul Lungotevere all’ombra degli alberi: ansimano. Una mendicante vestita di nero, senza denti, dagli occhi incavati, bui, probabilmente ciechi, ma chi lo sa in questa città di illusioni, si stende sul marciapiede con una mano sul bastone, anch’esso nero e lucente: a raccogliere i soldi un sottovaso verde. Ci sono extra-comunitari e famiglie che aspettano il tram: tempo di attesa sui 20 minuti. Di fronte a loro, affisso su un muro, in un manifesto Christian De Sica, su una Vespa e senza casco, cane in grembo (e mi immagino un probabilissimo infrocio mortale), invita a mantenere pulita la città, quale lo si capisce dal Colosseo sullo sfondo. Per l’aria si diffonde  un odore di soffritto d’aglio. Tutto è come deve essere.

 

 

Cronache marine/9

giugno 28, 2017

“Lo sai perché non spreco mai il pane?”, ci domanda l’anziana signora seduta al tavolo vicino al nostro.
Siamo in una bettolaccia di Ladispoli, io e la mia fidanzata. Sistemazione, come si suol dire, molto spartana: tavolini in mezzo al marciapiede e rigorosamente di plastica, di plastica anche le sedie, il festival del moplen, mentre la tovaglia è di carta, come di carta sono i piatti dove mettere le cocce di vongole o cozze. Tende di uno verde stinto ci proteggono dal sole. Piatti abbonandanti, oleosi, aglio e peperoncino profusi senza remore. Il vino, bianco, è leggerissimo, quasi acqua: innocuo.. Anche il servizio è alla buona: cortese, al limitie dell’ossequioso, con gli sconosciuti, confidenziale e scurrile con i clienti tradizionali con uno sciupìo di “mortacci”, “vaffanculo”, “laziale demmerda”. Atmosfera tranquilla. Si chiacchiera allegramente. E si conversa anche con le persone che non si conoscono. Come la signora anziana seduta vicino a noi. A farle compagnia il figlio: pancia straripante, modi bonari, sguardo furbo, una Lucky Strike  dopo l’altra.
“A ma’, invece de magna’ il pane e disturba’ ‘sti ragazzi – e ci indica – pensa a magnatte il pesce con le patate. Sta ancora tutto lì. Eddai su. So’ già le due e mezza, dobbiamo andare”.
Ovviamente la madre non ascolta il figlio, continua a mangiare il pane, che stringe con forza, l’avvinghia con entrambe le mani: “Mo’ lo mangio, mi mangio tutto, non ti preoccupare, prima fammi finire il pane. Lo sai che non posso lasciarlo”. E rivolta a noi due: “Allora, sapete perché non lo spreco?”
“Perché?”, le chiedo.
“Il 1943. Voi non c’eravate” Ci fissa con i suoi occhi celesti, le rughe sul volto compongono un mosaico impressionante, la voce è arrocchita da una vita di sigarette. “La guerra. La fame. Un nervoso quando vedo la gente che prende il pane, poi lo butta. Io non ce la faccio. Nel 1943 avevo undici anni: trovare il pane per noi era un miracolo. Non dico trovarne di buono. No, no: trovare proprio il pane. Quando vennero gli americani, mi mangiai un chilo di rosette, non esagero. Le rosette più buone della mia vita”.
Terminato il pane, la signora si cimenta col pesce: svogliatamente. Intanto il figlio si fa il terzo giro di limoncello. “Offrilo ai ragazzi – gli ordina la madre”. Il figlio si fa dare due bicchieri dal cameriere e ce li riempie abbondantemente. La madre annuisce compiaciuta.
“Grazie, non dovevate”, dico ad entrambi.
“Figuratevi – ci risponde il figlio. “Anzi, sono io che ringrazio voi, che state a senti’ mi’ madre. A ma’ mo che hai finito anche il pesce, prendiamo il caffe e se n’annamo. E’ tardi”. E al cameriere: “Bruno, i nostri due caffè. Il mio come ar solito”.
Tempo un minuto e arrivano i caffè. Il cameriere al figlio: “Il tuo è questo qua, quello di destra”.
La madre li guarda, tentenna: “Mi sa che lo volevo decaffeinato. Altrimenti chi dorme più”.
“Mo’ me lo dici? Ce l’ha già portato”.
“E c’hai ragione anche tu. Ma il tuo è corretto, come sempre?”
“Sì”.
“Alla Sambuca?””
“Penso di sì. Mo’ verifico. Bruno, a Bru’… che c’hai messo nel caffè? La Sambuca?”
Una voce dal dentro il ristorante: “Er Mistrà, la Sambuca l’avevo finita”.
“Ok”.
“Sentito ma’? Er Mistrà”.
“Sentito sì, mica so’ sorda. C’avrò più di ottantant’anni, ma non sono così malandata E facciamo ‘sto sacrificio”. Si beve il caffè corretto del figlio.
“A ma’, ma te bevi er caffe mio?”
“E allora? Mi piace er Mistra’, che vuoi da me?”. E sorride: al figlio, a noi, al mondo.

In fila

giugno 23, 2017

“Mortacci tua, ma perché te fermi?”
Insulto la Cinquecento rossa che mi precede. Sta rallentando per permettere a due tizi di passare. I quali però non passano, ma decidono di procedere in mezzo alla strada. Lentissimamente. Una lentezza resa ancor  più esasperante dal sole che se ne fotte di tutti noi e si adagia con il suo calore e ardore su me in sella al motorino. Mentre brucio, i due tizi camminano incuranti della processione di veicoli che li segue. Non si accorgono di nulla. O fanno finta di non accorgersene. Lui cinge col braccio le spalle di lei e le parla all’orecchio. Sembrano innamorati. Sicuramente, da come camminano, anzi zigzagano, non stanno in forma. E non per colpa del caldo.

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Notturno romano /18

giugno 19, 2017

Non so nulla di ius soli, ius culturae, ius sanguinis, non c’ho capito un minchia: anche perché quando il gioco si fa duro e prevede diritto e latino, io non gioco, scappo, memore di un drammatico esame di diritto privato, durante il quale venni ripetutamente colpito, come se fossero ceffoni di Terence Hill, da una serie di domande con frasi in latino e latinorum, non capendoci la minchia di cui sopra. Ripeto: non so nulla. So solo quello che ho visto ieri sera.

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